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Una ventata di ottimismo

press release:
DBRS – German Shipping Banks – Hope of Bottoming Out

le banche tedesche (specializzate nel settore navale, marittimo e spedizionieristico) hanno subito perdite significative nel settore del trasporto “marittimo” e pertanto sono state costrette a tagliare le esposizioni sulla scia della crisi finanziaria globale.
Si spera in una ripresa che dovrebbe riportare i conti in positivo.
Gli ostacoli alla crescita potrebbero solo derivare da un apprezzamento significativo del dollaro e da una battuta d’arresto nel libero scambio.
La crisi del commercio mondiale dopo la crisi finanziaria globale ha portato a sfide significative nel mercato delle spedizioni come il crollo delle tariffe di trasporto, la riduzione delle valutazioni delle navi e il congelamento del tradizionale finanziamento bancario.
Lo stato di “depressione” nei mercati delle spedizioni, che si è esteso all’inizio del 2017, ha creato non poche difficoltà alle banche attive nel mondo dello “shipping”: abbiamo assistito all’introduzione di maggiori ostacoli al capitale regolamentare e definizioni più rigide per la non-regolamentazione prestiti con una visione più severa sulla tolleranza al prestito.
Ciò ha innescato la necessità, per le banche tedesche, di rivalutare le politiche di prestito nei confronti dei clienti di spedizione anche tagliando esposizioni sulla scia della crisi finanziaria globale.
DBRS ritiene che l’ambiente per le banche tedesche sia migliorato verso la fine del 2017, come evidenziato degli aumenti dei tassi di noleggio (ad esempio Baltic Dry Bulk Index)
Inoltre, le previsioni di crescita globale per il 2018 e 2019 sono stati recentemente rivisti dal FMI, quindi se la tradizionale correlazione tra il tonnellaggio del trasporto globale (i volumi commerciali) e la crescita del PIL globale rimangono, questo dovrebbe anche avvantaggiare l’industria.
Secondo DBRS, queste condizioni sul lato della domanda rappresentano un’opportunità per le banche tedesche di accelerare i loro sforzi di riduzione della leva finanziaria.
Sempre secondo DBSR il potenziale allentamento della pressione sulle banche, testimoniato a fine 2017, ha contribuito a facilitare il processo di vendita di HSH Nordbank, ha permesso a Commerzbank di ridurre le sue attività di spedizione prima del previsto ed ha anche facilitato l’offerta di NORD / LB ed il relativo programma di ristrutturazione e ridimensionamento. DBRS si aspetta che lo slancio rimanga fino al 2018.
Paolo Federici

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Questo valico non s’ha da fare

a chi, come me, si occupa di trasporti da oltre 40 anni, vengono i brividi … quando parla Di Maio.
A Genova ha detto: “se andremo al Governo verrò a Genova a dire che il Terzo Valico non si fa più, ho preso l’impegno in campagna elettorale, chi mi vota sa che prenderemo i 6 miliardi dell’opera – per cui si stanno sperperando soldi, che non è strategica – e li investiremo nel trasporto pubblico locale”.
Cioè, l’Italia finalmente (grazia alla politica dell’attuale ministro Del Rio) stava rialzando la testa mettendo in pratica quanto stavamo aspettando da anni ed ecco il “genio” che arriva e cancella tutto.
L’Europa aveva deciso di inserire l’Italia in un grande piano strategico (la creazione di 10 corridoi ferroviari attraverso l’Europa, 4 dei quali vedevano coinvolta l’Italia, quindi una potenzialità di crescita non indifferente per la nostra povera penisola!) ed arriva uno steward incompetente a dirci che il progetto verrà cancellato.
Provo a spiegare per i non addetti ai lavori: si sta costruendo un collegamento ferroviario tra Rotterdam e Genova.
Questo permetterà:
1. di incrementare i traffici portuali a Genova (le navi potranno utilizzare Genova come porto di imbarco/sbarco “anche” per le merci che riguadano il Nord Europa, senza essere costrette a scalare Rotterdam!)
2. di ridurre il numero dei containers (destinati a Milano!) che ancora oggi vengono instradati via Rotterdam (e parliamo di quasi un milione e mezzo di containers all’anno!). Riportando i traffici “italiani” in Italia, insomma!
3. di permettere alle merci svizzere di essere instradate via Genova (attualmente la maggioranza delle merci “svizzere” NON passano per i porti italiani)
4. di togliere camion dalle strade (trasferendo i trasporti su “rotaia”)
Ci vedete qualcosa di negativo?
Ho chiesto ad un amico grillino cosa ne pensasse dell’idea Di Maio di bloccare la costruzione di quella importantissima ferrovia e mi ha risposto:
“Paolo, ma non lo sai che i ghiacci si stanno sciogliendo?”
“Eh? E cosa c’entra?”
“Le navi passeranno dal nord e quindi i nostri porti vanno riqualificati!”
Sono rimasto senza parole.
Sarà anche vero che i ghiacci si stiano siogliendo e che ci siano già navi che portano le merci dalla Corea all’Olanda passando per il circolo polare artico, ma quel traffico è e rimane una parte infinitesimale delle merci movimentate: cosa facciamo, i traffici tra Italia ed Africa, o tra Italia e Sud America, o tra Italia ed India e Paesi Arabi, o tra Italia e Canada ed Usa … li facciamo passare dallo stretto di Bering?
Votateli, votateli.
Poi però non dite che … nessuno vi aveva avvisato.
A NON FARE NIENTE sono capaci tutti.
Lo diceva anche una famosa canzone di Michael Polnareff: “c’è una bambolina che fa no, no, no!”
Paolo Federici

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SHIPPING, FORWARDING & LOGISTICS meet INDUSTRY

è iniziato oggi a Milano un grande convegno organizzato dal Propeller Club, nella prestigiosa sede di ASSOLOMBARDA.
Durerà due giorni ed affronterà tutte le diverse tematiche legate al mondo del trasporto e delle logistica.
Con un punto di base, ribadito da tutti i primi relatori: la ricerca dell’ALLENZA!
Alleanze e sinergie (come ha detto il Presidente del Propeller Club di Milano, Riccardo Fuochi) possono essere il trampolino di lancio per l’economia italiana.
Partendo dalla collaborazione tra porti ed interporti (piattaforme logistiche).
Betty Schiavoni (Presidente Alsea) lo ha detto chiaro: “il rapporto tra cliente e fornitore deve cambiare: i clienti non devono continuare a considerare i fornitori come un qualcuno da sfruttare, andando a cercare sempre il prezzo più basso. Il rapporto deve diventare una sinergia win-win: non ci si può limitare al fattore economico ma bisogna allargare la visuale. Le aziende che cercano solo il prezzo più basso sono destinate a ‘non crescere’. Il trasporto troppo spesso è considerato un ostacolo, un problema. Deve invece diventare un’opportunità, un vantaggio!”
E sarebbe ora di smetterla di continuare a vendere “ex works” … penalizzando le proprie merci (vendendo ex works l’esportatore italiano “perde” il controllo dei suoi prodotti) e penalizzando l’economia italiana (se il trasporto viene gestito dal compratore estero, questi lo affiderà ad un operatore estero, quindi i benefici andranno a finire nelle casse di qualche altro Stato).
Dove invece dovremmo impegnarci per una vera competizione (ha detto Marco Bucci, sindaco di Genova) è nella contraddizione Genova-Rotterdam. Più di un milione di containers ogni anno sbarcano a Rotterdam pur avendo merce destinata in Italia. Proprio per questo Genova ha deciso di investire 12 miliardi di euro in infrastrutture portuali.
D’altronde basta dare uno sguardo sull’altra sponda dell’Italia: Trieste è diventato il porto più importante d’Italia, visto che grazie alle sue infrastrutture ed ai suoi collegamenti ferroviari riesce a far transitare grandi quantità di merce destinate verso la Germania ed i paesi dell’Est Europa. Un numero su tutti: il 50 per cento delle merci che sbarcano a Trieste proseguono poi per la Germania.
Insomma se riuscissimo a potenziare (ed opportunamente collegare con idonee linee ferroviarie) i porti italiani (facciamo qualche nome? Gioia Tauro, La Spezia, Genova, Trieste) ecco che vedremmo aumentare i traffici, crescere le spedizioni, svilupparsi l’attività logistica …
Anche il Ministero dei Trasporti (rappresentato in sala da Mauro Coletta, delle direzione generale) ha insistito sul fatto che “la crescita economia dell’Italia passa attraverso i trasporti.”
Dall’impero romano, passando per le repubbliche marinare, arriviamo ai nostri giorni con un detto ancora valido: “la geografia è il nostro destino.”
Ad esempio, lo sapevate che per i servizi RO-RO, l’Italia è al secondo posto in Europa?
Certo ci sono anche i problemi da risolvere: l’emergenza trasporti eccezionali (ultimamente è sempre più difficile movimentare merci “heavy lift” sulle strade italiane. Va anche detto che la creatività italiana … si è attivata: il servizio fluviale sul Po per collegare la lombardia al porto di Marghera è oggi una bella realtà!).
L’appuntamento è per domani con altri importanti appuntamenti che spazieranno dal mondo universitario, a quello della regione lombardia, con interventi dei maggiori player del mondo delle spedizioni e della logistica ma anche, e soprattutto, del mondo delle aziende.
Ci vediamo domani?
Paolo Federici

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Unisci e licenzia

dal “divide et impera” siamo arrivati all’ “unisci e licenzia”.
Le tre maggiori compagnie di navigazione giapponese si uniscono in un’unica “nuova” compagnia.
Dov’è la novità?
Ormai le grandi menti imprenditoriali sanno fare solo quello: grandi fusioni societarie così da poter tagliare i costi e vendere i propri prodotti riducendo i prezzi.
Tagliare i costi vuol dire, semplicemente, licenziare!
Aumentando la disoccupazione e riducendo, di conseguenza, i salari dei “fortunati” che mantengono il posto di lavoro.
Sono finiti i tempi di Henry Ford, il fondatore della Ford Motor Company: lui gli stipendi ai suoi operai li aumentava. Perché così facendo sapeva che avrebbero poturo comprarsi le sue automobili.
Nel mondo dei trasporti bisognerebbe AUMENTARE i prezzi, anziché ridurre.
Aumentando, contestualmente, i posti di lavoro e gli stipendi.
Ma se l’unica cosa che tutti andiamo cercando è il prezzo più basso, non resta che chiudere con un altro proverbio sempre più attuale: “chi è causa del suo mal, pianga se stesso.”
Ci lamentiamo per l’invasione di prodotti cinesi … però poi li compriamo (perché costano meno).
Ci lamentiamo per la crescente disoccupazione dando la colpa … alla politica del Governo (quando invece è la nostra politica familiare, quella del cercare il prezzo più basso, la vera causa).
E non vediamo la plateale correlazione tra le due cose.
Paolo Federici

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Colpo di Stato

Nel 1969 usciva un film dal titolo “Colpo di Stato”.


Ecco la trama:
Italia, 1972. Si stanno svolgendo le elezioni politiche e, come al solito, ci si aspetta una vittoria della Democrazia Cristiana; ma il calcolatore elettronico del Ministero dell’interno rivela che il partito ad aver ottenuto il maggior numero di suffragi è il Partito Comunista Italiano.
Subito si scatena il panico: gli USA allertano il sistema missilistico dopo che l’ambasciatore statunitense in Italia ha parlato con il Presidente Johnson, i ricchi (tra cui il cantante Claudio Villa) fuggono a bordo dei loro yacht e gli ufficiali dell’esercito consigliano al Presidente del Consiglio e al Capo dello Stato un golpe militare per mantenere il potere. Saranno gli stessi comunisti, dopo un colloquio con le autorità di Mosca, a dichiarare che i risultati sono sbagliati, mentre l’inventore del cervellone elettronico sarà internato in manicomio.

In effetti se il partito comunista fosse andato al Governo, poi i sindacati con chi avrebbero potuto reclamare? Il popolo con chi avrebbe potuto arrabbiarsi? I contestatori chi avrebbero potuto contestare? Mi sembra una storia … che si stia per ripetere:

Fantafilm … Italia 2018: si stanno svolgendo le elezioni politiche e si spera in una vittoria del partito di Governo (PD); ma i sondaggi rivelano che il partito destinato ad ottenere il maggior numero di suffragi è il maggior partito di opposizione (M5S). Subito si scatena il panico: gli USA allertano il sistema missilistico dopo che l’ambasciatore statunitense in Italia ha parlato con il Presidente, i ricchi (tra cui il comico Beppe Grillo) fuggono a bordo dei loro yacht e gli ufficiali dell’esercito consigliano al Presidente del Consiglio e al Capo dello Stato un golpe militare per mantenere il potere. Saranno gli stessi membri del maggior partito di opposizione (M5S), dopo un colloquio con i loro autorevoli mentori (Casaleggio SPA), a dichiarare che i sondaggi sono sbagliati così come i risultati, ed i maggiori sondaggisti … arrestati.

Paolo Federici

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Non sparate sulla Croce Rossa

Ho letto il libro intitolato “Fire and Fury”, sì … insomma, quello che dice peste e corna di Donald Trump.
Vi dico subito a quale conclusione sono arrivato: a forza di parlarne male, criticarlo per tutto, accusarlo di ogni possibile nefandezza, ridicolizzarlo (come in questa foto)

il risultato è analogo a ciò che è successo con Berlusconi: dopo vent’anni di critiche, accuse, processi, prese in giro … il Silvio nazionale sta per vincere le prossime elezioni.
Succederà anche con Trump?

Comunque, ecco il racconto del libro:

si parte dal paradosso: la stampa non si fida di Trump  e Trump non si fida della stampa (pag. 39)
the novel paradox of two unreliable narrators dominating American public life: the president-elect spoke with little information and frequently no factual basis, while “the frame the media has chosen to embrace is that everything the man does is, by default, unconstitutional or an abuse of power.”

poi si passa alla “lista” di Steve Bannon (pag. 40):
il decalogo (o meglio … “settologo”) di Bannon ricorda il vecchio decalogo del capo: Art. 1 – Il capo ha ragione. Art. 2 – Il capo ha sempre ragione. Art. 3 – Nell’imprevedibile ipotesi che un dipendente avesse ragione, entreranno immediatamente in vigore gli art. 1 e 2.
(1) Trump was never going to change;
(2) trying to get him to change would surely cramp his style;
(3) it didn’t matter to Trump supporters;
(4) the media wasn’t going to like him anyway;
(5) it was better to play against the media than to the media;
(6) the media’s claim to be the protector of factual probity and accuracy was itself a sham;
(7) the Trump revolution was an attack on conventional assumptions and expertise, so better to embrace Trump’s behavior than try to curb it or cure it.

A chi chiede consiglio? A se stesso, come Grimilde … la strega di Biancaneve che chiedeva a se stessa, riflessa nello specchio, chi fosse la più bella del reame (pag. 46)
“Who’s the person you trust? Jared? Who can talk you through this stuff before you decided to act on it?”
“Well,” said the president, “you won’t like the answer, but the answer is me. Me. I talk to myself.”

Steve Bannon (il suo braccio destro … almeno finché non è stato improvvisamente licenziato) è anche quello che … non usa il computer. Siamo entrati decisamente nel futuro! (pag 59)
Bannon, for instance, even driven by his imperative just to get things done, did not use a computer. How did he do anything? Katie Walsh wondered. But that was the difference between big visions and small. Process was bunk. Expertise was the last refuge of liberals, ever defeated by the big picture. The will to get big things done was how big things got done. “Don’t sweat the small stuff” was a pretty good gist of Donald Trump’s—and Steve Bannon’s—worldview. “Chaos was Steve’s strategy,” said Walsh.

a proposito di Mexico, dopo una campagna elettorale “contro” il Messico, i suoi stavano per ricucire lo strappo, ma Trump, come un elefante in una cristalleria, è entrato a gamba tesa (pag. 69)
The negotiation to bring Mexican president Enrique Peña Nieto to the White House had begun during the transition period. Kushner saw the chance to convert the issue of the wall into a bilateral agreement addressing immigration—hence a tour de force of Trumpian politics. The negotiations surrounding the visit reached their apogee on the Wednesday after the inaugural, with a high-level Mexican delegation—the first visit by any foreign leader to the Trump White House—meeting with Kushner and Reince Priebus. Kushner’s message to his father-in-law that afternoon was that Peña Nieto had signed on to a White House meeting and planning for the visit could go forward. The next day Trump tweeted: “The U.S. has a 60 billion dollar trade deficit with Mexico. It has been a one-sided deal from the beginning of NAFTA with massive numbers…” And he continued in the next tweet … “of jobs and companies lost. If Mexico is unwilling to pay for the badly needed wall, then it would be better to cancel the upcoming meeting …” At which point Peña Nieto did just that, leaving Kushner’s negotiation and statecraft as so much scrap on the floor.

si parla del programma “The Apprentice” (quello che in Italia è stato condotto da Flavio Briatore).
Lo sapevate che l’ideatore di questo programma è stato Trump? (pagg. 68 – 81 – 93)
Trump, in a smart move, picked up his media reputation and relocated it from a hypercritical New York to a more value-free Hollywood, becoming the star of his own reality show, The Apprentice, and embracing a theory that would serve him well during his presidential campaign: in flyover country, there is no greater asset than celebrity. To be famous is to be loved—or at least fawned over.

Trump si lamenta della stampa che lo prende in giro per una storia dell’accappatoio. Era uscita una notizia di gossip che raccontava di un Trump spaesato, appena entrato alla Casa Bianca, che vagava, vestito solo di un accappatoio, alla ricerca di un interruttore della luce. Anziché lasciar perdere – a chi non è capitato, entrando nella camera di un albergo, di non trovare l’interruttore della luce? – Trump  si è offeso perché lui mai e poi mai aveva indossato un accappatoio! (pag. 79)
On the February 5, the New York Times published an inside-the-White-House story that had the president, two weeks into his term, stalking around in the late hours of the night in his bathrobe, unable to work the light switches.

Insomma, questa dell’accappatoio e diventata una questione di principio (pag. 81)
The point is, he said, that that very day, he had saved $700 million a year in jobs that were going to Mexico but the media was talking about him in his bathrobe, which “I don’t have because I’ve never worn a bathrobe. And would never wear one, because I’m not that kind of guy.” And what the media was doing was undermining this very dignified house, and “dignity is so important.” But Murdoch, “who had never called me, never once,” was now calling all the time. So that should tell people something.

Solo che per la sua difesa ha scelto il programma “comico” per eccellenza, Saturday Night Live (pag. 81). Facendo una telefonata in diretta … della durata di 26 minuti (vi ricorda niente?):
The media was not only hurting him, he said — he was not looking for any agreement or really even any response — but hurting his negotiating capabilities, which hurt the nation. And that went for Saturday Night Live, too, which might think it was very funny but was actually hurting everybody in the country. And while he understood that SNL was there to be mean to him, they were being very, very mean.

E arriviamo alla questione … Russia. Bannon, il suo braccio destro, prese le difese di Trump appellandosi al fatto che una cospirazione del genere non solo non era vera, ma non sarebbe comunque rientrata nelle capacità “organizzative” di Trump (pag. 84)
As for Bannon, who had himself promoted many conspiracies, he dismissed the Russia story in textbook fashion: “It’s just a conspiracy theory.” And, he added, the Trump team wasn’t capable of conspiring about anything.

Trump lotta contro la stampa al gioco di “facciamo a chi … esagera di più?” (pag. 85)
“They take everything I’ve ever said and exaggerate it,” said the president in his first week in the White House during a late-night call. “It’s all exaggerated. My exaggerations are exaggerated.”

Chi fa bella figura è una donna dell’entourage di Trump. Ma gli elogi non piacciono a Trump. L’unico che meriti elogi … è solo lui! (pag. 95)
In these crosshairs was thirty-two-year-old Katie Walsh. Walsh, the White House deputy chief of staff, represented, at least to herself, a certain Republican ideal: clean, brisk, orderly, efficient. A righteous bureaucrat, pretty but with a permanently grim expression, Walsh was a fine example of the many political professionals in whom competence and organizational skills transcend ideology.

Leggere? No, grazie! Trump non legge libri, ma non legge nemmeno le relazioni che gli sottopongono, gli studi, i grafici. A lui piace solo parlare. Soprattutto quando lui è l’unico ad avere la parola! (pag. 98)
Trump didn’t read. He didn’t really even skim. He was postliterate—total television. But not only didn’t he read, he didn’t listen. He preferred to be the person talking.

Lavorare in “team”? Non sia mai! (pag. 101)
As Walsh saw it, Steve Bannon was running the Steve Bannon White House, Jared Kushner was running the Michael Bloomberg White House, and Reince Priebus was running the Paul Ryan White House. It was a 1970s video game, the white ball pinging back and forth in the black triangle.

Anche perché i membri del suo team (per sua stessa ammissione!) … non sono molto affidabili (pag. 104)
In paranoid or sadistic fashion, he’d speculate on the flaws and weaknesses of each member of his staff. Bannon was disloyal (not to mention he always looks like shit). Priebus was weak (not to mention he was short—a midget). Kushner was a suck-up. Spicer was stupid (and looks terrible too). Conway was a crybaby. Jared and Ivanka should never have come to Washington.

Ma anchi i suoi sostenitori non sono da meno. Richard Spencer – il guru dei suprematisti bianchi – ha festeggiato il trionfo di Trump al grido “brindiamo a questo nuovo 1933” con ovvio riferimento all’anno dell’ascesa al potere di Hitler! (pag. 107)
Richard Spencer, the president of the National Policy Institute, which is sometimes described as a “white supremacist think tank, said; “Let’s party like it’s 1933,” as in the year Hitler came to power—provoked an outcry with his widely covered “Heil Trump” (or “Hail Trump,” which of course amounts to the same thing) salute after the election

Trump, secondo Bannon, sarebbe riuscito a portare la pace in Medio Oriente (pag. 119)
He would make peace in the Middle East.
“He’s going to make peace in the Middle East,” Bannon said often, his voice reverent and his expression deadpan, cracking up all the Bannonites.

Ma Kissinger la pensava diversamente (pag. 119)
In the Trump White House, observed Henry Kissinger, “it is a war between the Jews and the non-Jews.”

Ci sarà qualcuno capace di scrivergli un discorso? (pag. 122)
There was a lack of coherent message because there was nobody to write a coherent message—just one more instance of disregarding political craft.

Insomma, la storia procede in maniera piuttosto deludente, fatta soprattutto di gossip (e di evidente e reiterata incompetenza nel gestire il proprio ruolo: il Presidente Trump non ne esce per niente bene!).
Ma alla fine uno si stufa anche di leggere … (lo ammetto, prima della pagina 200 ho smesso).
Magari se mi viene voglia di riprendere in mano il libro ve lo farò sapere
Paolo Federici

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chi era George Santillana?

uno che disse: “chi non conosce la storia sarà costretto a riviverla”

Ecco che ci siamo quasi:

Il passato

Berlino, 27 giugno 1932. All’interno del Grunewald stadium 120 mila persone ascoltano rapite uno strano dialogo, sparato a tutto volume dagli altoparlanti. È un botta e risposta tra il militaresco e il religioso, con una voce che chiede: “Chi è responsabile della nostra miseria?” e un coro che replica all’unisono: “Il sistema!”. “E chi c’è dietro il sistema?” prosegue la voce. “Gli ebrei” fa eco il coro. Il dialogo continua grosso modo così: “Che cos’è per noi Adolf Hitler?”. “Una fede!”. “E cos’altro?”. “La nostra unica speranza”. Infine la voce grida “Germania!”. E l’intero stadio ribatte all’unisono: “Risvègliati!”.

il futuro

Roma, un giorno non molto lontano. All’interno dello stadio Olimpico 120 mila persone ascoltano rapite uno strano dialogo, sparato a tutto volume dagli altoparlanti. È un botta e risposta tra il militaresco e il religioso, con una voce che chiede: “Chi è responsabile della nostra miseria?” e un coro che replica all’unisono: “Il sistema!”. “E chi c’è dietro il sistema?” prosegue la voce. “il PD” fa eco il coro. Il dialogo continua grosso modo così: “Che cos’è per noi Beppe Grillo?”. “Una fede!”. “E cos’altro?”. “La nostra unica speranza”. Infine la voce grida “Italia!”. E l’intero stadio ribatte all’unisono: “Risvègliati!”.

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