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Non spegnere la luce

Non spegnere la luce (Bernard Minier)

ho cominciato con “un appartamento a Parigi” (che avevo già letto in francese … e sono sempre più perplesso: come sia possibile resistere due anni chiusi nella stiva di una nave mangiando liofilizzati e bevendo … cosa? Mah!) poi è stata la volta di Markaris con “il prezzo dei soldi”, quindi “Roma Enigma” finché non ho visto la pubblicità di 4 libri.
Tre erano proprio quelli appena “divorati”
Potevo forse farmi mancare il quarto?

Vado dunque in libreria e chiedo “Non spegnere la luce”
L’addetta alle vendite mi si presenta con un librone di 700 pagine!
Mi siedo e comincio a leggerlo.
Non vorrei mai acquistare un tomo del genere per poi scoprire che non mi piace.
Passa una mezz’oretta e sono già quasi a pagina cinquanta.
Mi alzo e vado alla cassa.
“Allora, ha deciso di acquistarlo?” mi chiede la fanciulla.
“Sì, devo dire che mi sta prendendo proprio bene.”
“Sono contenta per lei”
“Ma sa qual è il problema?” le chiedo, con fare burbero.
“Quale?”
“Che fra tre giorni l’ho finito. E poi?”
Era giovedì: domenica prima dell’ora di pranzo il libro l’ho finito.
Adesso lo sto rileggendo, perché un giallo ha un sapore diverso quando si sa già come va a finire.
Però questa volta me la prendo con un po’ più di calma: ci vorranno almeno sette giorni.
Se l’anno scorso vi è piaciuto “la verità sul caso Harry Quebert” di Joel Dicker, questo vi piacerà ancora di più.
Se avete letto “sete” di Jo Nesbo, preparatevi ad un altrettanto valido thriller.
Insomma, prendetevi un po’ di tempo (sono sempre 700 pagine, in fondo) e gustatevi un gran bel libro.
Sapendo già fin d’ora che quando l’avrete finito avrete solo voglia di rileggerlo.
Almeno, a me ha fatto questo effetto.
Buona lettura.
Paolo Federici

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Il libro dei Baltimore

ci sono libri che lasciano il segno. Questo però partiva avvantaggiato: avendo letto i due precedenti dello stesso autore, sapevo di andare sul sicuro. Insomma, mai fu più azzeccato il detto “non c’è due senza tre”.

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Del più famoso (La verità sul caso Harry Quebert) ci ritroviamo i colpi di scena dovuti alla trama del giallo.
Dell’altro (Gli ultimi giorni dei nostri padri) c’è la storia vissuta in tempo di guerra: allora era una guerra combattuta con le armi, adesso una guerra combattuta nel mondo della finanza (e dello sport).
La cosa bella (bella per me, motivo anche di vanto) è che non potevo aspettare l’uscita in italiano e così me lo sono letto in francese.
E devo dire (sorpresa!) che ho capito tutto (almeno credo!).
Adesso dovrò aspettare il prossimo?
Ma neanche per sogno: me lo compro in italiano e me lo rileggo daccapo!
E voi, cosa aspettate a leggerlo?
Paolo Federici

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C’è sempre un perché

qual è il compito di un giornalista? Fare domande e cercare risposte.
Ho appena terminato di leggere “La colpa degli altri” (di Gila Lustiger)

LA_COLPAMarc (il protagonista del libro) è un giornalista di quelli veri, tutto d’un pezzo, pronto a rischiare finanche la vita pur di far venire a galla la verità.
Un’indagine giornalistica su un delitto avvenuto trent’anni prima, lo porta alla scoperta di verità segrete inimmaginabili.
Il mondo è governato dal potete dei soldi; un potere che non guarda in faccia niente e nessuno.
O forse, qualche volta, per qualche oscuro motivo, quel potere risponde a regole di tutt’altro genere.
Scoprirlo sarà arduo e faticoso, ma un bravo giornalista arriva sempre alla verità, qualunque essa sia.
Paolo Federici

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ATTO UNICO (di Raffaele Mangano)

caro Raffaele
questo week end ho fatto una cosa intelligente: ho letto il tuo ultimo libro.

copertina-raffaele-manganoD’altronde ho letto anche tutti gli altri e quindi non potevo mancare di aggiungere questo all’opera omnia che è in mio possesso.
Con me hai gioco facile: conosco lo stile, mi piace il tuo modo di piazzare riferimenti a fatti o persone che non nomini lasciando al lettore il piacere di indovinare, apprezzo la capacità di inserire aforismi e di dare spiegazioni che ben figurerebbero nella rubrica “forse non tutti sanno che” della Settimana Enigmistica.
Per cui ho deciso che invece di lanciarmi in lodi sperticate, mi dedicherò alla contestazione, spero costruttiva.
Colgo troppo pessimismo, ma più che altro, noto quasi una ripulsione verso gli ottimisti (categoria alla quale mi onoro di appartenere).
Il tacchino che, ottimisticamente, lega la visita del suo padrone alla distribuzone del cibo, senza capire che all’ultimo giorno anziché ricevere da mangiare si troverà con il collo tirato, vive comunque meglio del tacchino che, pessimisticamente, dovesse tremare ogni singola volta che riceve la visita del suo padrone, immaginandosi che proprio quello sia il famoso giorno del ringraziamento.
Insomma il classico bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto non cambia la sua consistenza quantitativa.
Tanto vale coglierne il lato positivo.
D’altronde l’aforisma giusto l’hai messo nel libro: “anziché maledire l’oscurità, accendi una candela”.
Non puoi lasciare il lettore così “come color che stan sospesi” dopo avergli rivelato come hai conosciuto Abigail. Se davvero non c’è stato alcun seguito, inventalo. Non è forse questo lo scopo di scrivere? Cambiare la realtà quando non ci piace. In fondo c’era chi diceva che “i ricordi sono fatti della stessa sostanza dei sogni”.
Capisco che sia difficile cambiare la mentalità di certi “seguaci” dei capipopolo color verderame, ma almeno per questo hai provato ad indicare la strada: “rispondi in maniera intelligente anche a chi si comporta da stupido”.
Anche se non sarei proprio d’accordo (o meglio, mi sono stufato! Tanto è vero che mi sono cancellato da facebook dopo l’ennesima discussione con l’ennesimo “condivisore di bufale” a oltranza).
Vabbè, dai: basta con le “contestazioni” (amichevoli e bonarie!).
Veniamo alle lodi: il libro mi ha fatto rivivere la perdita di memoria che davvero ho subito in gioventù.
Mi svegliai una mattina con una spalla indolenzita, sulla quale faceva bella mostra di sè una ferita incrostata di sangue, senza riuscire a sapere né che giorno fosse né chi fossi io.
E come il protagonista del tuo libro iniziai a cercare di rimettere insieme i pensieri ed i ricordi.
Mi colpì la vista del vocabolario di latino presente sulla scrivania insieme ad altri libri legati con la cinghia: dovevano essere i libri preparati per andare a scuola quel giorno.
In un attimo fissai tre punti: se portavo a scuola il vocabolario significava che era venerdì, perché solo al venerdì si faceva il saggio di latino. Dovevo frequentare un liceo, perché il latino si studiava solo nei licei. La ferita non doveva essere grave, visto che mi trovavo nel mio letto.
Il problema era capire quale classe stessi frequentando, se fosse novembre o maggio (meglio maggio, perché voleva dire che la fine della scuola era vicina) e quali altre materie erano previste al venerdì.
Ma la cosa più difficile da accettare era la questione “fidanzata”: sapevo di avere una ragazza, ma non ricordavo più chi fosse.
Vabbè, non voglio tediarti. Magari quando ci vediamo ti racconto il seguito. Scoprii che la sera prima, giocando a calcio, avevo preso un pugno in acrobazia dal portiere mentre cercavo di infilare la palla di testa. Caduto a terra il cervello aveva pensato bene di rilassarsi un attimo provvedendo ad un “reset” che non fu immediato.
Questo per dire che mi sono davvero immedesimato tanto nel personaggio ed ecco dunque la domanda fondamentale (sulla vita, l’universo e tutto quanto: quella alla quale la risposta ufficiale è “42”): ma a te è mai capitato di perdere davvero la memoria?
Da parte mia posso dire che il racconto delle sensazioni che si provano è certamente azzeccato, per cui sarei pronto a scommettere per il sì.
Ma questo ce lo diremo tra di noi, in separata sede.
Finisco con un: “consiglio vivamente la lettura di questo libro che può provocare la nascita di pensieri profondi a cui, oggi come oggi, non siamo più tanto abituati”.
Paolo

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Central Park

c’è un autore francese (Guillaume Musso) che continua a stupirmi. Ho letto tutti i suoi libri e la settimana scorsa, trovando sullo scaffale della libreria il suo ultimo romanzo, non ho potuto fare a meno di acquistarlo

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credo proprio che questo sia il “migliore” di tutti. Non è facile riuscire a stupire il lettore, ogni volta! Se qualcuno pensava ad un “calo” narrativo, beh … sarà piacevolmente sorpreso.

Svegliarsi a Central Park, ammanettata ad uno sconosciuto, sapendo che la sera prima si era addormentata a Parigi … è uno shock non da poco per Alice, la protagonista!

Come è potuto accadere? Quale “segreto” si nasconde dietro questo assurdo viaggio al di là dell’oceano?

Il “coup de theatre” è servito!

Ci ho messo solo tre sere a finirlo: e voi?

Paolo Federici

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L’epopea dei Transatlantici

oggi le crociere sono alla portata di tutti: navi super moderne solcano gli oceani cariche di turisti. Ma in passato erano ben altri i passeggeri che affrontavano simili viaggi in mare, attraverso l’oceano. Tanto è vero che quelle navi erano denominate “Transatlantici”, proprio perché attraversavano (trans) avanti ed indietro l’oceano (atlantico).

Come si è passati dal viaggio alla crociera?

Ce lo racconta Franco Magazzù in un libro che ripercorre la storia della marineria dei primi cento anni dell’Unità d’Italia.

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Inizia infatti nel 1860 la storia della Marina Italiana: è Camillo Benso, conte di Cavour, primo Ministro della nuova “Italia” a voler unificare nord e sud creando l’Accademia Navale nel bel mezzo dell’Italia, a Livorno.

Le prime navi “passeggeri” trasportavano gli emigranti (italiani) che andavano alla ricerca della terra promessa nel nuovo continente americano. Quando le distanze non erano ancora coperte dagli aerei, i viaggi si potevano fare solo per mare.

Nel suo libro, Magazzù ci racconta come sia avvenuta, piano piano, l’evoluzione: da semplice mezzo di trasporto per chi doveva/voleva viaggiare per mare, la nave si trasforma in luogo di divertimento.

Nascono, a metà del secolo scorso, le crociere: riservate ai “ricchi” (i prezzi erano accessibili solo all’alta borghesia) vanno via via aumentando, diventando sempre più un fenomeno di massa.

Ormai si viaggia in aereo: la nave perde la sua funzione di mezzo di trasporto ma acquista sempre più la sua veste di luogo di divertimento atipico. Che bello addormentarsi in un luogo e la mattina dopo risvegliarsi in tutto un altro mondo. La navi diventano alberghi galleggianti mobili.

Per chi, come Franco (l’autore) ed il sottoscritto, su una di quelle navi ci ha “lavorato” (una quarantina di anni fa) la lettura di questo libro è fonte di infinita nostalgia per i bei tempi andati.

Ma anche per chi vuole saperne di più sull’argomento, il libro riserverà non poche sorprese.

Buona lettura

Paolo Federici

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Trafficante di droga … a mia insaputa.

un cliente di vecchia data, per il quale gestiamo regolarmente importazioni dal Far East, mi chiama:
“ho un amico per il quale stanno arrivando due containers di alimentari. Ci sono da fare le pratiche di importazione. Potete dargli una mano?”
“certo, è il mio lavoro!”
“sai, questi sono stranieri e non sono molto pratici della questioni burocratiche e doganali.”
“Proprio per questo ci siamo noi.”

L’importatore viene in ufficio e ci lascia tutta una serie di documenti, packing list, fattura, contratto, polizze di carico originali, certificati sanitari emessi in partenza (trattandosi di alimentari, saranno naturalmente soggetti ad ulteriore controllo sanitario all’arrivo).

Però ci accorgiamo che i prodotti sono mescolati (i packing list non identificano cosa sia stivato in uno e cosa nell’altro container), che le dichiarazioni dei pesi non combaciano (i pesi indicati in fattura differiscono, seppur di poco, da quelli indicati nel packing list nonché da quelli indicati in polizza di carico).

Ci sarebbero comunque da fare almeno una quindicina di certificati sanitari (viste le molteplici diverse tipologie di merce) e poi i containers andranno svuotati e su ogni prodotto dovranno essere applicate le etichette in italiano (cosa che, da quanto ci viene detto, non è stato fatto in partenza).

L’importatore allora, messo di fronte all’aggravio di costi (relativi ai certificati sanitari) nonché alle problematiche (ed ai costi) legati alle operazioni di svuotamento, etichettatura, ricarico … decide di rimandare indietro i containers, da restituire al mittente.

Trattandosi di containers rimasti allo “stato estero” diamo istruzioni alla Compagnia di Navigazione per il ricarico sulla prima nave in partenza per il ritorno al porto di partenza.

Veniamo a sapere (leggendolo sui giornali!) che alcuni containers (ma non è chiaro se si tratti dei “nostri” oppure di altri) sono stati “fermati” al porto ed ispezionati.

Pare che, nascosta tra il mais ed i piselli, sia stata trovata una partita di droga.

Potevamo noi NON sapere cosa ci fosse dentro i “nostri” containers?

Mah: è passata una settimana dal sequesto e nessuno è ancora venuto a trovarci.

Intanto il cliente è sparito (leggo sul giornale che hanno arrestato alcuni “connazionali” dell’importatore) ma, fortunatamente, noi ci eravamo fatti pagare anticipatamente.

Non sappiamo se i containers incriminati siano proprio quelli da noi gestiti (le indagini vengono condotte nel massimo riserbo) ma il sospetto è forte.

A breve saprò se sono anch’io un trafficante di droga, seppur a mia insaputa.

Vi terrò informati

Paolo

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