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La rivincita è un piatto che va mangiato freddo!

eh sì, l’altro spedizioniere è sempre più bravo.
Mi hai chiesto una quotazione per trasportare, fino in un particolare porto dell’Estremo Oriente, un macchinario che pesa più di sessanta tonnellate.
Ti ho spiegato che NON ci sono servizi “diretti” ma bisogna effettuare un trasbordo a Singapore.
Ma l’altro spedizionere invece è più bravo: ti ha quotato per il servizio diretto con una primaria Compagnia di Navigazione.
Naturalmente ad un prezzo inferiore al mio, è ovvio!
E poi?
Quando la nave è arrivata a Singapore … si è accorto che la primaria Compagnia di Navigazione NON è in grado di far proseguire la merce perché non ha servizio.
D’altronde nelle clausole scritte in piccolo, una tale possibilità era prevista/indicata, quindi non hai nemmeno diritto di lamentarti.
E allora sei tornato da me.
Ed io ti ho trovato la soluzione.
Che poi è la stessa che ti avevo proposto fin dall’inizio.
Solo che adesso (sommando quando hai pagato all’altro spedizioniere e quanto dovrai pagare a me) è la somma che fa il totale (come diceva Totò).
Sì, ti tocca pagare di più … ma, come suol dirsi, chi è causa del suo mal pianga se stesso.
La cosa che mi fa veramente indignare è questa: se io faccio questo lavoro da quarant’anni e ti do un consiglio, forse varrebbe la pena di tenerne conto.
Continuare ad inseguire le chimere di chi è capace di proporti sconti improponibili per poi lasciarti in mezzo al guado (per non dire altro) può solo essere colpa tua.
Lo so: la prossima volta ci ricascherai!
Ed io sarò sempre lì, seduto sulla sponda del fiume, ad aspettare.
Alla prossima
Paolo

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San Valentino: una lettera d’amore

l’ho ricevuta davvero … tanti anni fa!

Caro Paolo, ormai stai per tornare, ormai questo brutto sogno sta per finire e presto arriverà quel mattino che avrà il colore dei tuoi occhi e la luce del tuo sorriso. Ormai la notte è meno buia e meno lunga; se abbiamo aspettato fino adesso, possiamo aspettare ancora un giorno e poi finalmente saremo ancora insieme. Ma siamo davvero lontani in questi giorni?? Davvero un oceano ci ha tenuti divisi?? Oppure il costante pensiero, l’uno dell’altra, ci ha fatto stare sempre vicini e questa nostalgia sofferta ci ha unito di più, visto che ci siamo resi conto una volta di più, che ci fa stare insieme è qualcosa di così vero e profondo che va al di là di un effimero fattore di pelle, ma che è davvero qualcosa di (oso?) spirituale. Allora perché essere tristi, amore mio? Siamo come due ruscelli nati da due ghiacciai e abbiamo corso senza fiato per tortuosi percorsi incontrando rapide e cascate, ognuno per conto proprio attraverso valli parallele ma lontane; abbiamo trascinato sassi e mosso ruote di mulini abbandonati, ci siamo riempiti d’acqua delle piogge invernali che ci hanno fatto uscire da deboli argini e ci siamo sentiti degli esigui rigagnoli in aride estati assolate, abbiamo dissetato sia agnelli che lupi, abbiamo incontrato altri ruscelli che però hanno deviato il loro cammino in altri letti, abbiamo trovato il nostro cammino sbarrato da dighe che ci hanno fatto cambiare rotta, ma abbiamo sempre corso verso il mare, ognuno per la propria strada senza tregua, senza fiato, senza più speranza di arrivare al mare. Ma un giorno una valanga o una frana ha deviato il percorso del tuo ruscello, proprio lì dove c’era solo un lembo di fragile pendenza e le tue acque hanno incontrato le mie e noi non siamo stati più due ruscelli che corrono giù da un monte, ma siamo diventati un lento fiume che sicuro e tranquillo percorre la sua strada per arrivare all’immensità del mare. Ci possono essere piene o arsure, possono esserci brevi sporgenze di terra a dividere questo fiume, ma è solo per poco perché ormai le nostre acque si sono unite e mischiate per diventare un unico corso d’acqua. Ormai noi due siamo una sola cosa e nella nostra individualità io ho in me una parte di te e tu in te una parte di me e insieme ci completiamo e complementiamo, ci arricchiamo, cresciamo, viviamo. Quante città hai visto? E quanto erano lontane? New York, Miami, Los Angeles, Montreal, Milano: che significato hanno queste parole? Ti ho sempre visto come sei: ti ho visto camminare col tuo passo ciondolante tra i grattacieli di Manhattan, ti ho visto addormentato, più tenero che mai, sdraiato accanto a una piscina di Miami, ti ho visto col tuo sorriso aperto posare per una fotografia davanti a una “diva villa” di Beverly Hills, ti vedo, adesso, disteso sul letto di quell’ennesimo hotel mentre pensi a me e cerchi di ricordare il nome del profumo che ti ho chiesto di portarmi (l’hai già dimenticato!!!). Vedi ti ho sempre avuto negli occhi e non invidiavo te che ti trovavi in quei posti lontani, ma invidiavo quelle città straniere che ospitavano te. Poi stasera mi vieni a dire che sei triste e se mi hai sentita muta è solo perché sono stata investita da un’ondata di tenerezza che mi ha letteralmente bloccato. Mi hai richiamato da Montreal solo per risentire la mia voce, solo per cercare un po’ di conforto e avere la certezza che sono qui. È bellissimo! È bellissimo amarti; è qualcosa che mi riempie di una tale gioia che spinge le lacrime agli occhi e, ti giuro, in questo momento ho le pupille appannate dalla felicità di questa consapevolezza. Volevo andare a dormire presto per far passare in fretta questa penultima notte di solitudine, ma ormai è da un’ora e mezza che scrivo e vorrei non dover mai posare la penna perché stasera non vorrei staccarmi da te. Ero stravolta dalla stanchezza, ma ora mi sento di voler passare tutta la notte a scriverti. Domani (anzi, ormai oggi) andrò a riaprire il nostro “buco”, ci farò entrare un po’ di primavera e lo preparerò splendente per il tuo ritorno, per dirti: “BENTORNATO A CASA, CAPO!” Quando tornerai avrò le braccia aperte per farti entrare nel mio mondo come se non fossi mai partito. Sarai la prima rondine che torna nei nostri cieli di questa neo-nata primavera e la cosa più bella è che volerai verso il mio nido. Ecco questa è la certezza che mi ha sostenuta e consolato in questi giorni: il fatto che tu, qualsiasi cosa possa essere accaduta, è da me che devi tornare, non fosse altro che per riprenderti la tua chitarra e il tuo mazzo di chiavi. Sì, il tuo mazzo di chiavi presto non sarà più peso nella mi borsa, ma è stato un peso che mi ha ricordato sempre che quei due anni e tre mesi non fanno solo parte di un lunghissimo e bellissimo sogno. Tu esisti anche se a volte, quando ti ho qui di fronte e basta allungare una mano per toccarti, mi sembra impossibile che tu sia vero e che tu abbia scelto proprio me per appoggiarti e sorreggerti durante il lungo cammino verso il mare. Ormai stai per tornare, anzi sei già sulla strada verso casa. Ormai ti sarai riaddormentato a Montreal e anche la nostalgia si sarà assopita. Sognami come ti ho sempre sognato. Allora vado a dormire anch’io e stanotte vorrei che mi apparissi come sei adesso: addormentato, ma vorrei che fra le tue braccia ci fossi io, così com’era prima che partissi. Ti amo. Tiziana

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Canzoni stonate

quelli eran giorni, sì …
Ci si ritrovava la sera, dopo il lavoro, in un localino sui navigli.
Ci accumunava il settore: eravamo tutti attivi nel mondo del trasporto marittimo.
Giovani, spensierati, con la voglia di stare in compagnia.
Il mercoledì sera era un appuntamento
È li che sono nati degli amori, mentre qualcuno cambiava lavoro, e le due grandi “classi” erano: agenti marittimi vs spedizionieri internazionali.
Tra un piatto di pasta ed un bicchiere di vino di concludevano anche degli affari.
Amicizia ed allegria erano le colonne portanti di quelle serate.
Mangiavamo qualcosa poi spuntava fuori una chitarra e cominciavamo a cantare.
Poi Bobo attaccava con “Malafemmena” e quella canzone dava il via ai cori.
Avevamo perfino scritto un blues tutto nostro: “il blues dello shipping”.
Erano i primi anni ottanta e fino alla fine degli anni novanta è stato un crescendo.
Poi l’incantesimo si è rotto.
Un po’ perché abbiamo varcato gli “anta”, un po’ perché ci siamo persi di vista ma soprattutto perché è spuntata all’orizzonte la crisi.
Cambiare lavoro diventava più difficile (per chi era dipendente) e far quadrare i bilanci diventava quasi impossibile (per chi gestiva una propria azienda).
Ci sono stati i primi fallimenti e ricompattare il gruppo è stato sempre più arduo.
Ma mai avrei pensato che qualcuno potesse andarsene così, come Mario

marioHa scelto la strada che nessuno vorrebbe mai percorrere.
Quella di decidere per il gesto estremo.
Io voglio ricordarlo con una di quelle canzoni che cantavamo allora e che diceva:
“Canzoni stonate parole sempre più sbagliate
ricordi quante serate passate così
canzoni d’amore che fanno ancora bene al cuore
diciamo quasi sempre qualche volta no.
Canzoni stonate che fanno ancora bene al cuore
noi stanchi ma contenti se chiudi gli occhi forse tu ci senti
anche da lì”
Ciao Mario
Non ti dimenticheremo
Paolo (Bobo, Carmen, GianMario, Serse, Filippo, Tiziana, Mino, Luciana, Marino, Rita, Laura ed altri cento)

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“una smentita …”

“una smentita è una notizia data due volte” diceva Giulio Andreotti.
Oggi mi è arrivata una mail di una Compagnia di Navigazione che mi avverte che la loro situazione finanziaria è florida e che quanto divulgato da un altro operatore del settore (che ne annunciava il fallimento prossimo venturo) è falso.
E lì mi è venuto in mente Andreotti: io non sapevo che qualcuno stesse accusando quella Compagnia di Navigazione di navigare in cattive acque.
Adesso lo so.
Mi ricordo uno scambio di mail avuto, qualche tempo fa, con un amico:
Amico: “Paolo, mi hanno detto che hai dei problemi finanziari!”
Io: “Ah sì? E allora cosa dovrei fare?”
Amico: “Ma è vero o non è vero?”
Io: “Non è assolutamente vero. Quindi?”
Amico: “Devi fare una circolare per smentire queste voci!”
Io: “Il problema non è mio. I miei clienti mi conoscono. I fornitori non lamentano nessun ritardo nei pagamenti. I miei bilanci sono in attivo. Se qualcuno sparla, lascialo sparlare. A meno che mi dici chi sia e allora posso fargli una bella denuncia per diffamazione!”
Amico: “No, questo non te lo posso dire. Sai, c’è la privacy!”
Io: “Bene, è stato un piacere sentirti. Ora devo lasciarti perché ho il lavoro che mi aspetta!”
Le falsità si combattono con i fatti.
Le circolari che smentiscono servono solo a gettare benzina sul fuoco.
A proposito, qualche mese va circolavano voci di un prossimo fallimento della Hanjin.
Voci prontamente smentite.
Tanto è vero che la Hanjin ha continuato a caricare centinaia di migliaia di containers, che ora sono, per la maggior parte, bloccati non si sa dove.
Paolo Federici

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Indignatevi, mi raccomando!

il divertimento massimo, oggigiorno, sembra proprio essere quello di postare articoli inventati per stimolare la rabbia di chi legge.
Così lo stress aumenta, cresce il sentimento di odio, si incrementa la voglia di “fare del male” (arrivando ad invocare punizioni fisiche e finanche la pena di morte) ed intanto qualcuno ci guadagna.
La maggior parte dei postatori di bufale si stanno arricchendo alle nostre (forse sarebbe più corretto dire “alle vostre”) spalle.
Più noi ci indigniamo e più “clicchiamo” e condividiamo.
E questo “cliccare” e “condividere” è una fonte alla quale si stanno abbeverando in tanti, alla grande!
Non vi dico chi sia il più furbo di tutti, quello che per primo ha capito il potenziale di ricchezza che questo sistema poteva generare.
Ma se siete intelligenti, lo capirete da soli.
Vi do un indizio: “massima condivisione” è il suo invito diventato un tormentone.
Forse anziché prendersela con i “contenuti” degli articoli (ed evitando di emettere giudizi sommari, anche se ormai i processi si fanno su facebook e non più nei tribunali!) bisognerebbe smetterla di fare gli untori, spargendo odio a destra e manca.
Ma una recente ricerca ha stabilito che solo il tre per cento della popolazione che vive su facebook PRIMA di condividere qualcosa fa un’accurata ricerca per verificare se il contenuto sia vero (ricerca che nel 99 per cento dei casi dimostra come il “contenuto” da condividere sia in effetti una bufala).
Per questo io da tempo su facebook non ci sono più!
Paolo Federici

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Una settimana senza …

Una settimana senza “internet”
Ce l’ho fatta. Mi sono disconnesso per un’intera settimana. D’altronde si trattava di una settimana di vacanza e quindi volevo proprio che il relax fosse completo.
Mi è bastato staccare la connessione dati ed il collegamento wifi ed il mio cellulare è tornato ad essere un semplice telefono.
Adesso tiriamo le somme.
1. prima, il cellulare andava messo sotto carica almeno due volte al giorno. Per questa settimana, invece, non c’è stato bisogno di alcuna ricarica. E’ ancora al 30 per cento di autonomia. Quindi il consumo di energia ne ha beneficiato.
2. ho avuto più tempo del solito per leggere. Quindi la lettura ne ha beneficiato.
3. il tempo scorre in maniera diversa. Più lentamente, direi. Lo so che questa è solo una sensazione ma è senz’altro una sensazione piacevole. Quindi il tempo ne ha beneficiato.
4. ho evitato le polemiche di facebook, le bufale condivise senza ritegno, le discussioni inutili (a che serve discutere se tanto mai nessuno sarà disposto a cambiare idea?). Quindi la mia pace interiore ne ha beneficiato.
5. ho sollevato gli occhi dallo schermo per ammirare il cielo, il mare, la gente. Ho sentito il rumore del mare, il battito delle ali dei gabbiani, il soffio del vento. Ho apprezzato il sapore del cibo, centellinando una buona birra. Quindi anche i miei sensi ne hanno beneficiato.
6. Ho parlato. Con mia moglie, con i miei figli, con gli amici. E’ piacevole restare seduti davanti ad un drink, raccontandosi di tutto. A ruota libera. Colloqui non virtuali. Guardando in faccia le persone con le quali si sta dialogando. Senza bisogno di mettere le “faccine”. Quindi anche la realtà ne ha beneficiato.
7. sono tornato a fare giochi veri, come la “scopa d’assi” oppure la “gara di bocce”. Altro che playstation. Quindi anche l’aspetto ludico ne ha beneficiato.
8. ho scritto questo articolo con la penna, su un taccuino. Devo dire, con fatica. Soprattutto per la calligrafia. Farò fatica a rileggere?
Ed oggi mi sono cancellato da facebook!
Paolo

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L’epopea dei Transatlantici

oggi le crociere sono alla portata di tutti: navi super moderne solcano gli oceani cariche di turisti. Ma in passato erano ben altri i passeggeri che affrontavano simili viaggi in mare, attraverso l’oceano. Tanto è vero che quelle navi erano denominate “Transatlantici”, proprio perché attraversavano (trans) avanti ed indietro l’oceano (atlantico).

Come si è passati dal viaggio alla crociera?

Ce lo racconta Franco Magazzù in un libro che ripercorre la storia della marineria dei primi cento anni dell’Unità d’Italia.

magazzu

Inizia infatti nel 1860 la storia della Marina Italiana: è Camillo Benso, conte di Cavour, primo Ministro della nuova “Italia” a voler unificare nord e sud creando l’Accademia Navale nel bel mezzo dell’Italia, a Livorno.

Le prime navi “passeggeri” trasportavano gli emigranti (italiani) che andavano alla ricerca della terra promessa nel nuovo continente americano. Quando le distanze non erano ancora coperte dagli aerei, i viaggi si potevano fare solo per mare.

Nel suo libro, Magazzù ci racconta come sia avvenuta, piano piano, l’evoluzione: da semplice mezzo di trasporto per chi doveva/voleva viaggiare per mare, la nave si trasforma in luogo di divertimento.

Nascono, a metà del secolo scorso, le crociere: riservate ai “ricchi” (i prezzi erano accessibili solo all’alta borghesia) vanno via via aumentando, diventando sempre più un fenomeno di massa.

Ormai si viaggia in aereo: la nave perde la sua funzione di mezzo di trasporto ma acquista sempre più la sua veste di luogo di divertimento atipico. Che bello addormentarsi in un luogo e la mattina dopo risvegliarsi in tutto un altro mondo. La navi diventano alberghi galleggianti mobili.

Per chi, come Franco (l’autore) ed il sottoscritto, su una di quelle navi ci ha “lavorato” (una quarantina di anni fa) la lettura di questo libro è fonte di infinita nostalgia per i bei tempi andati.

Ma anche per chi vuole saperne di più sull’argomento, il libro riserverà non poche sorprese.

Buona lettura

Paolo Federici

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