Mors tua, vita mea.

dicevano i latini, a voler significare anche il contrasto tra positivo e negativo.
Ciò che per noi è inutilizzabile e da rottamare, può diventare, per altri, un qualcosa all’avanguardia ed utilissimo.
Intere fabbriche che hanno cessato di produrre, in Italia, arrivando alla chiusura dell’attività ed al licenziamento di tutti i lavoratori, diventano nuove fonti di guadagno per altri imprenditori che vivono magari in India, dove quei macchinari possono essere “ricostruiti” così da creare nuovi posti di lavoro.
Nella mia attività di trasporto internazionale non è la prima volta che mi capita di entrare in una fabbrica chiusa (magari da anni), notare la tenda all’entrata che ricorda le lotte sindacali ormai dimenticate, ed assistere allo smontaggio “intelligente” di enormi macchinari.
Verrano trasportati in India per essere poi rimontati.
Per me significa caricare qualche centinaio di containers, ai quali andranno ad aggiungersi diversi pezzi “eccezionali” (troppo grossi o pesanti per entrare in un container) da spedire con navi idonee.
In India stanno aspettando con ansia l’arrivo di tutta quella merce: in poche settimane ricostruiranno la copia esatta dello stabilimento che una volta era onore e vanto dell’Italia.
E qualche centinaia di “indiani” avranno finalmente un lavoro.
Sia chiaro, non intendo criticare la scelta “italiana”: non era proprio più possibile continuare a produrre in Italia con i “costi” legati a quel macchinario vecchio ed obsoleto.
Se non altro, anziché “smantellare” tutto quanto, si è trovata una soluzione per il riciclaggio.
Ma fa male al cuore vedere come siano sempre più le aziende costrette a chiudere, in Italia, mentre “altrove” esattamente quelle stesse fabbriche possono avere nuova vita ed un futuro.
La “globalizzazione” comporta anche questo.
Paolo Federici

(volete vedere come si presenta la “fabbrica” in Italia adesso, durante lo smantellamento? Eccola!)

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