la cultura del mare

siamo o non siamo un popolo di navigatori?
E allora il convegno di oggi a Napoli, organizzato dal Propeller club, ha centrato in pieno l’argomento!
Il titolo “unity in diversity: the future cultural and economic bridge on the Mediterranean” era tutto un programma: il mare ci divide dai Paesi del Nord Africa, ma è anche il trade d’union con un mondo a noi molto simile.
L’ha detto anche Mourad Fradi, presidente della Camera di Commercio Italo-Tunisina: i tunisini si sentono molto più simili agli italiani, ai francesi o agli spagnoli (che, come loro, si affacciano sul Mediterraneo) che non agli arabi.
Si è parlato, in mattinata, di affari, di business, di finanza.
Ma gli interventi del pomeriggio (tutti di grande effetto e di alto spessore) hanno affrontato soprattutto la questione culturale.
E non è mancato il coraggio, a Bruno Castaldo, past Presidente del Propeller Club di Napoli, moderatore della sessione pomeridiana, per dire chiaramente che è necessario non solo un nuovo approccio culturale ma soprattutto un passaggio generazionale.
Bisogna lasciare spazio ai giovani: le colpe dei padri non possono continuare a ricadere sulle spalle dei figli.
Umberto Masucci, Presidente del Propeller Club, ha preso la palla al balzo dando la parola ad un giovane: Gian Enzo Duci, non ancora quarantenne, docente universitario e presidente di Assoagenti Genova.

Umberto Masucci e Gian Enzo Duci

Umberto Masucci e Gian Enzo Duci

A mio modesto avviso quello di Duci è stato l’intervento che tutti aspettavano: il rilancio della speranza, dell’ottimismo, ma anche delle profonda conoscenza del settore.
Già il titolo del suo intervento era tutto un programma: “The Mediterranean Sea: An ancient bridge or a new market?”
Esaminando gli eventi che hanno caratterizzato gli ultimi 25 anni, Duci ci ha spiegato come, dalla caduta del muro di Berlino, l’economia sia cambiata drasticamente. Il processo di liberalizzazione ha spostato la produzione in Cina riducendo il potere d’acquisto dei redditi della classe media occidentale e causando la crisi della finanza che, a sua volta, ha causato un impatto sulla domanda (e sull’offerta!).
Questo non è solo un discorso legato al mondo degli affari: è cultura, rapporti che cambiano, civiltà che si confrontano.
Duci ha le idee chiare quando dice che bisogna invertire la rotta (sempre per restare in tema con la terminologia marinara) ed è necessario tornare alla centralità del lavoro rispetto alla finanza.
Ma in fondo questo è ciò che, da più parti, si grida a gran voce: la gente vuole lavoro, lavoro, lavoro.
Anche perché banche e finanza, se non c’è più lavoro, sono destinate a fare una brutta fine (questo non l’ha detto lui, lo dico io! E lo diceva anche De Andrè quando cantava “dai diamanti non nasce niente …”!).
Intanto l’Unione dei Paesi del Mediterraneo è una realta: ne fanno parte 43 nazioni nelle quali vivono 800 milioni di persone, così da essere la più grande “free trade area” al mondo.
E quali sono i cinque punti sui quale focalizzare l’attenzione se vogliamo che questo “sogno” diventi realtà?
Eccoli:

  1. la transizione democratica in senso parlamentare degli Stati arabi
  2. i diritti della società civile
  3. la parità nei rapporti di partnership
  4. il ruolo delle autorità locali e regionali
  5. l’importanza di accrescere la visibilità dell’Unione dei Paesi del Mediterraneo attraverso progetti concreti, per i quali a loro volta sono necessari investimenti da parte dei governi

Come è solito dire un grande poeta (Pedrag Matvejevic) “Il Mediterraneo rimane lo stesso, noi invece no”
Forse una speranza sta balenando all’orizzonte: ecco, un giovane come Duci io lo vedrei bene a fare il Ministro del Trasporti, al posto del “solito” politico di turno.
Ma anche questo mi sa tanto che resterà un sogno.
Paolo Federici

1 Commento

Archiviato in cultura, economia, incontri, Politica, riflessioni, Trasporti

Una risposta a “la cultura del mare

  1. Bobo Min

    articolo molto bello…ciao.

    Date: Fri, 24 May 2013 18:16:12 +0000 To: bobo_min@hotmail.it

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