I costi nascosti delle dogane

Importare in Italia costa. Da 373 a 743 euro in più a container rispetto ai porti nordeuropei dell’Olanda o dei nostri diretti concorrenti tedeschi. È un sovrapprezzo che grava sul consumatore finale, certo. Ma è anche un problema di competitività delle nostre imprese che esportano se è vero – come è vero – che il 35% dei beni che entrano nel nostro Paese sono prodotti intermedi, destinati a essere lavorati per poi magari venir rispediti oltreconfine.
La sfida con le aziende tedesche sui mercati internazionali passa anche da qui, dai tempi cioè – e dai costi – d’importazione. È tutta una questione di inefficienza: in Italia i controlli doganali sono più lunghi e ripetitivi, per cui le merci in ingresso devono sostare di più nei porti di sbarco. E la sosta si paga.
La denuncia arriva dalla Fedespedi, la federazione delle imprese di spedizioni internazionali. Che fa i conti in tasca ai propri clienti e li paragona a quelli dei loro concorrenti del Nordeuropa, i più efficienti per antonomasia. «Al porto di Rotterdam – racconta il suo presidente, Piero Lazzeri – una volta che la nave attracca al terminal, in 48 ore al massimo il container viene sdoganato. In Italia quando va bene ci vogliono tre o quattro giorni, quando va male ce ne vogliono almeno sette, che possono diventare dieci nei periodi di punta, come agosto o dicembre, col Natale». Quand’è che va male? «Quando la dogana decide di effettuare uno dei tre tipi di controlli che ha a disposizione – spiega Lazzeri – quello documentale, quello a campione oppure l’indagine più approfondita di tutte, che porta allo svuotamento dell’intero container. Verifiche come queste, in Italia si fanno sul 10% circa delle merci in ingresso: troppe. In nessun altro Paese europeo la percentuale è così alta». Tanto più che la lotta alla contraffazione e agli altri reati doganali non sembra migliorare all’aumentare delle percentuali di controllo.
Altri paradossi. Prendiamo un container da venti tonnellate di semilavorati metallici in arrivo dalla Cina, dopo 28 giorni di navigazione, al porto di Genova: qui e negli altri scali italiani – gli unici in tutta Europa – deve fare la coda per il controllo radiometrico. Vuol dire avere macchinari ad hoc, una società certificata preposta a farlo, e ovviamente un allungamento dei tempi di sdoganamento. Per inciso: il costo per le procedure doganali di un container del genere è di circa 900 euro, compresa la consegna al domicilio dell’importatore.
Per toccare con mano il concetto di ridondanza applicato ai controlli basta invece seguire l’iter di un contenitore refrigerato di banane proveniente – mettiamo – dall’Ecuador. Che sbarca a Genova «e deve essere controllato da un veterinario – spiega Lazzeri – le cui verifiche non sono riconosciute dai doganieri perché il primo fa capo al ministero della Salute, i secondi al dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia. E non si parlano fra loro». L’importatore italiano, intanto, paga per attaccare il container alla colonnina elettrica del porto, o il suo carico di banane annerirà prima del tempo. Costo totale di sdoganamento, sempre per 20 tonnellate di merce: 1.200 euro.
In Italia c’è un funzionario ogni 4.957 container – a Rotterdam uno ogni 9.068 – per sbrigare (la fonte è l’Agenzia delle Dogane stessa) fino a 68 istanze che coinvolgono fino a 18 amministrazioni. La soluzione a tutto questo si chiama Sportello unico doganale: «In tutta Europa c’è già – chiosa Lazzeri – da noi, invece, ci siamo solo impegnati a farlo». Lo sportello cioè esiste da luglio 2011, si legge sul sito dell’Agenzia delle Dogane, ma opera con «modalità transitorie», in attesa del dialogo telematico tra tutte le amministrazioni coinvolte «che dovrà concludersi entro luglio 2014».
Intanto, l’impresa paga. Oppure si fa furba e importa attraverso gli scali del Nordeuropa: «Costa di più in termini di trasporto – ammette Lazzeri – ma decisamente meno in tempi di attesa e di sdoganamento». Così facendo, già un milione di contanier all’anno oggi snobba i porti italiani. E anche l’Erario italiano ci rimette.

fonte: Micaela Cappellini / Il Sole 24 Ore (3 dicembre 2012)
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