Una serata rivoluzionaria

per raggiungere la sala della riunione bisognava attraversare una specie di foresta tropicale (fatta di alberi che nascondevano dei vialetti stretti e bui) e quindi mi sentivo molto “carbonaro”.
In fondo, trovarsi tra duecento persone decise a lottare contro le ingiustizie, oggi come oggi ha davvero del rivoluzionario.
Siamo abituati a subire, subire le imposizioni della politica, subire le tassasioni esagerate ed ingiuste, subire le angherie di Equitalia, subire la burocrazia inconcludente … che dire “basta” sembra lo sbocco ovvio di chi non ce la fa proprio più.
Solo che non si trattava di una riunione di esodati (caliamo un pietoso velo su questa assurdità creata dalla politica), nè di una riunione di cassaintegrati (altra categoria che sta vivendo una situazione di grossa difficoltà) e nemmeno di giovani in cerca di lavoro (una delle ricerche più ardue, al giorno d’oggi).
Eravamo imprenditori, di quelli che hanno fatto grande l’Italia, di quelli che considerano la propria azienda come una grande famiglia, di quelli che Einaudi aveva così ben descritto quando diceva: “Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie ed investono tutti i loro capitali per ritirare spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con altri impieghi”.
Di quelli che hanno deciso di RESISTERE nonostante tutto, di quelli che non amano piangersi addosso, ma preferiscono rimboccarsi le maniche e andare avanti.
Di quelli che fanno parte del 97 per cento delle aziende italiane (le piccole e medie) che sono il vero motore trainante del’economia italiana.
Di quelli che non riescono ad avere risposte dalla politica, troppo attenta ad eseguire gli ordini delle multinazionali, delle banche e dei “poteri forti”.
Una cosa è certa: la rivoluzione (seppur pacifica) potrà partire solo da noi.
Se non altro sappiamo di non essere soli.
Luca Peotta, il “padre” di IMPRESE CHE RESISTONO, in pochissimi anni ha già ottenuto grandi risultati: ha messo insieme commercialisti ed avvocati disposti ad aiutare le piccole e medie imprese nella loro lotta quotidiano contro lo Stato, è stato capace di aprire un dialogo con Equitalia e l’agenzia delle Entrate (anche e soprattutto per spiegare che la strangrande maggioranza delle aziende italiane è fatta di gente onesta, che lavora per il bene comune, che paga le tasse e che vorrebbe trovare nello Stato un alleato e non un nemico), ha creato un gruppo di persone che, indefessamente, portano avanti le idee (che non mancano) cercando una maggiore visibilità per far sapere agli italiani tutti che un mondo migliore è possibile.
Un grazie va anche a coloro che, fin dall’inizio, lo hanno aiutato e sostenuto nella sua battaglia, da Laura Costato a Massimo Mazzucchelli, finanche an Antonella Lattuada (e mi scusino gli altri, se li ho tralasciati)
La riunione iniziava alle 21.00: fateci caso, tutte le riunioni politiche o confindustriali le fanno durante il giorno.
La differenza è che noi, durante il giorno, dobbiamo lavorare per mandare avanti le nostre aziende.
Ma, nonostante questo, dopo cena siamo ancora carichi e desiderosi di lottare per le nostre aziende e per la nostra Italia (e non importa se si faranno le ore piccole!)
Noi siamo pronti ad affrontare il futuro: se solo la politica si decidesse ad ascoltarci … il futuro sarebbe migliore per tutti.
Paolo Federici

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