Sulle ali dei ricordi (di Pietro Ciacci)

Sulle ali dei ricordipresentazione di Cinzia Morselli: Raccontarsi
“C’è un momento, nel corso della vita, in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito. Capita a tutti, prima o poi.” Lo scrive Duccio Demetrio, amato maestro, nel suo libro “Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé” (Cortina, 1996).
Non so se capiti a tutti, a molti forse. Pochi, però, sanno portare a termine il progetto di dare forma alla propria vita attraverso la scrittura. Pochi riescono a trasformare i propri ricordi in un libro che oltre a essere stato scritto verrà letto. Pietro si. Ho letto la prima parte della sua vita per caso e ho provato stupore, meraviglia, gratitudine. La sua narrazione è la concretizzazione di tutto quello che ho studiato, approfondito, sperimentato intorno alla scrittura autobiografica: un testo che narra in prima persona la vita nel tentativo di resistere all’oblio della memoria, senza intenti poetici o letterari ma per rispondere all’urgenza del bisogno della riflessione sul proprio essere al mondo. Una scrittura della necessità che amplifica la vita nel momento stesso che la pensa per poterla raccontare. Scrittura autobiografica che si scopre biografia della storia familiare, sociale, culturale. Che racconta i legami con il tempo e il territorio: sono molto belle le pagine in cui Pietro parla della sua terra, della sua casa, della sua gente. Così come sono molto concrete le descrizioni delle città vissute da migrante: studente prima e professionista dopo. Insieme alla sua storia Pietro racconta altre storie e la scrittura diventa una pratica di ricerca, creazione, elaborazione di senso; un senso che tiene conto della precarietà e della potenza della vita. Pratica di scrittura che diventa anche esperienza della memoria: i ricordi si svelano da soli, mutano, si trasformano. Gioia e dolore si intrecciano e non si sa dove finisce l’una e comincia l’altro: si fondono nel sapore dolceamaro della nostalgia che non sfuma i contorni ma esalta i particolari. Fare autobiografia è anche questo: affrontare l’inquietudine del ricordo per darsi la possibilità di una tregua, di fermarsi per sentire di esserci, per essere presenti a se stessi aprendosi al passato e rendendosi disponibili agli altri. Scrittura necessaria che crea relazioni, cura rapporti, paga i conti di gratitudine al passato, non per chiudere le partite ma per riconoscenza e affetto. E questo Pietro lo sa bene.
“Ogni uomo è filosofo” diceva Gramsci. Penso che Pietro sia un grande filosofo, diverso sicuramente da quelli che ho studiato sui libri all’Università: non un filosofo della teoria, ma un filosofo che pratica la filosofia.“La filosofia può, rinnovando se stessa nella considerazione attenta della biografia, ritrovare la sua vocazione di cura dell’anima” scrive Romano Madera in “La filosofia come stile di vita. Introduzione alle pratiche filosofiche” ( Bruno Mondadori, Milano 2003).
Grazie Pietro!

(recensione di Mimmo Cecere)
Con il primo libro, Le mie origini, la mia storia, Pietro Ciacci ci ha stupito e meravigliato. Che un ingegnere strutturista e affermato professionista si dedicasse, nel tempo libero, alla scrittura è stato per tutti noi, che lo conosciamo da tempo, una vera sorpresa.
In quel suo primo libro, uscito nel dicembre del 2010, Pietro ha raccontato una storia intima, personale e, al tempo stesso, collettiva. In 38 capitoletti egli ha condensato i ricordi della sua giovinezza, trascorsa nelle Marche nella casa colonica di Ca’ Cappuccio nella Valle del Metauro. Ricordi di giovinezza, per molti aspetti, simili a quelli da me vissuti, più di quarant’anni fa, sulla montagna che svetta sulla Valle del Sauro, nel cuore della Lucania.
Il racconto autobiografico è per Ciacci oltreché un modo per far rivivere il suo passato anche un’occasione per descrivere il contesto in cui egli ha vissuto, il mondo rurale che tanto ha contribuito a formarlo come individuo e come professionista. Sul filo dei ricordi, Ciacci rende omaggio alle figure straordinarie dei suoi cari e, al contempo, ci offre uno spaccato della vita di campagna: dal racconto struggente della perdita della mamma, al lavoro instancabile del padre, dalle numerose attività dei campi, seguendo il ritmo delle stagioni, all’uccisone del maiale. I racconti non seguono un percorso, rigidamente strutturato, con finalità descrittive e antropologiche ma, piuttosto, una linea zigzagante che condensa i ricordi man mano che evaporano dalla memoria. Con questo primo libro, dedicato al tempo dell’infanzia e dell’adolescenza, Pietro ha voluto testimoniare il legame profondo che lo unisce ai suoi genitori e al mondo rurale dell’infanzia. Al tempo stesso, egli ha gettato un ponte per saldare il mondo contadino del passato, ancorato all’economia di sussistenza, al tempo presente governato dall’economia globalizzata.
Con questo secondo libro, Pietro completa il racconto della sua vita, rievocando l’uscita da casa, gli anni della scuola superiore, gli studi universitari, la laurea a pieni voti, le prime esperienze di lavoro, il trasferimento a Milano nei primi anni Ottanta, «una città – egli scrive – che non permette di scorgere l’avvicendarsi delle stagioni e dove la vita non è regolata dal ritmo che misura lo scorrere del tempo», il distacco definitivo dalla tanto amata campagna marchigiana, il fidanzamento, il matrimonio, la scoperta della malattia, la nascita dei figli, gli interventi chirurgici, la fine del matrimonio, l’acutizzarsi delle difficoltà motorie.
Se nel primo libro, il racconto autobiografico si con-fondeva nella descrizione di molteplici aspetti della vita contadina del passato (la raccolta dei tartufi, la lavorazione del granturco, l’uccisione del maiale, la liscivia, i soprannomi, il pane e la conserva fatti in casa…), in questa seconda fatica il racconto dell’io prende il sopravvento.
Quando Pietro mi ha inviato il file con la seconda parte degli scritti, non nego di aver avuto un piccolo moto di stizza. In Italia si pubblicano ogni anno più di trecentomila titoli, mentre i lettori rimangono gli stessi di trent’anni fa. Quale arcano mistero spinge una moltitudine di persone a cimentarsi con la scrittura, invece di dedicarsi più approfonditamente alla lettura?
Non per vezzo e neppure per mero narcisismo nascono i testi di Pietro. La scrittura, per uno come lui di formazione tecnico-scientifica, è una conquista; uno strumento espressivo per rapportarsi con il mondo che la siringomielia vorrebbe negargli. Scrittura, dunque, come terapia e, al tempo stesso, strumento da contrapporre alla forza subdola e devastante della malattia.
«Chi vive la malattia – egli scrive – può accettarla o non accettarla, può pensare di poterci convivere, ci si può confrontare, può stringerci un armistizio, una specie di patto di non belligeranza. Sapendo di non poterla vincere in un combattimento leale, in cui a combattere slealmente e lei, decide di andarci a braccetto, come per farsela amica, se non altro per tenerla sempre sotto controllo e, nei limiti del possibile, anticiparne le mosse».
In letteratura sono innumerevoli gli esempi di autori che, elaborando il loro personale disagio fisico, mentale ed esistenziale hanno prodotto opere di grande valore letterario. Thomas Mann nei tre romanzi: La morte a Venezia, Tristano e Tonio Kröger ha disvelato lo stretto legame che unisce la malattia, l’arte e la vita. Italo Svevo, invece, ne La coscienza di Zeno sottopone il protagonista del romanzo, Zeno Cosini, a redigere con scrupolosa analisi introspettiva un diario della sua vita, per aiutarlo a superare il malessere psicologico che lo affligge. In Alberto Moravia è la tubercolosi a fornigli lo stimolo a dedicarsi alla lettura e poi alla scrittura. In Giuseppe Berto, infine, è il tema della depressione ad essere indagato nel romanzo “Il male oscuro”. La
malattia, dunque, può essere uno straordinario propellente per stimolare la nostra espressività.
Pietro ha il dono di non drammatizzare la sua malattia. Non esprime la disperazione della sua condizione. Non vuole tediare o annoiare il lettore con il racconto della sua quotidianità, della fatica che fa a gestire il suo corpo, della perdita progressiva della funzionalità dei suoi arti. Affida la sua condizione alla metafora letteraria, inserendo nel testo dei brani estratti da Il gabbiano Jonathan Livingstone, di Richard Bach. Un gabbiano che egli immagina venirgli in sogno per raccontargli quanto ha in comune con lui. Il gabbiano è il nostro “io” nascosto che custodiamo nel profondo dell’animo. È la voce amica che ci consiglia, che ci parla, ci istruisce, c’invita a «lottare senza mai rinnegare se stessi». Ci ricorda di non perderci d’animo, di credere fino in fondo nelle nostre possibilità, di preservare i nostri ideali, di non smettere mai di osare, di non abbatterci di fronte alle avversità, di continuare a sognare e a lottare, anche quando tutto intorno a noi sembra volgere al peggio. Pietro, attraverso il suo personale gabbiano, c’invita a volare alto, a salvaguardare la nostra libertà anche quando, com’è il suo caso, il corpo è insensibile ai desideri della mente.

(recensione di Paola Tegli)
Pietro ha mantenuto la promessa: l’anno scorso è uscito a sorpresa con il suo primo libro “LE MIE ORIGINI, LA MIA STORIA” ed ecco che oggi, come annunciato, esce con il secondo dal titolo “SULLE ALI DEI RICORDI .“
Continua così quel percorso iniziato ma volutamente interrotto. E già dalle prime pagine il lettore avverte il motivo di questa scelta: da un lato i ricordi di una fanciullezza felice nonostante il dolore per la perdita dell’amata mamma, dall’altro i ricordi più recenti e quindi più sentiti, anche perché vissuti da adulto in maniera consapevole.
Pietro divide dunque la sua vita in due momenti: quello disincantato della fanciullezza e quello della transumanza generazionale. Periodo che prelude ad un vero e proprio sconvolgimento, quando un uomo passa dalla fase in cui è solo figlio a quella in cui è anche padre. Infatti qui, Pietro, diventa padre.
Ma qualcosa di nuovo e di impensabile stravolge la sua vita. Un fatto imprevedibile lo pone a confronto con una realtà non voluta, non cercata (come può essere la paternità), una realtà subita e per questo tanto più dolorosa.
Lo aiuta nella lettura dell’ignoto, il sogno del gabbiano, metafora che inconsciamente anticipa il futuro, fino a fondersi con la realtà stessa.
E qui si scopre, ma vorrei dire si conferma, un Pietro attento non tanto alla sua persona, quanto a quello che la sua persona rappresenta per gli altri.
Consapevole del fatto che i discepoli seguono l’esempio del maestro, non le sue parole, cerca una risposta a quelle stesse domande che il gabbiano si pone nel sogno: “Come avrebbe potuto insegnare a volare ai suoi figli se non era più in grado di farlo lui stesso? Insegnare loro a cacciare se non era più capace di procurarsi il cibo? Ad essere autonomi se era costretto a dipendere dagli altri?” Risposta che può trovare solo affidandosi ad un Maestro più grande di lui, discreto e silenzioso ma sempre presente, soprattutto nei momenti di difficoltà, come gli ricordano le orme sulla sabbia. Saprà Lui aiutarlo ad accettare quella condizione di “diversamente abile” e ad adempiere a quella missione di padre e di “maestro”al quale è stato comunque chiamato.
La seconda parte del libro è ancora una carrellata di esperienze e di memorie di un tempo passato ma non troppo lontano. Un tempo che resterà sempre nel cuore di Pietro, convinto che “la vita è una catena e che il presente non può essere disgiunto dal passato. Perdere degli anelli e come perdere la continuità,ci rende deboli ed indifesi, come una pianta con le radici recise”.

per leggere il libro “on line” basta un

1 Commento

Archiviato in cultura, Libri, recensioni

Una risposta a “Sulle ali dei ricordi (di Pietro Ciacci)

  1. anonimo

    Ciao Pietro!
    Ho letto con piacere ed interesse il libro"LE MIE ORIGINI, LA MIA STORIA, che ha risvegliato anche in me molti piacevoli ricordi.
    Mi ha dato molte emozioni profonde , di conseguenza sono convinta che
     anche il secondo libro"SULLE ALI DEI  RICORDI" sarà interesante.
    Ti faccio i miei complimenti, ti ringrazio caldamente e porgo cordiali saluti a tutti. Firuzza Bivol.

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