BLACK LIST

due parole che possono determinare la chiusura della vostra azienda.
Facciamo un passo indietro: l’Italia (unica nel suo genere) ha ideato una legge (denominata BLACK LIST, appunto) per combattere i furbetti che, utilizzando paradisi fiscali, esportano valuta.
Cosa prevede la legge?
Che per inserire tra i COSTI/ACQUISTI, nel bilancio aziendale, i pagamenti fatti all’estero (in ben 73 Paesi del Mondo), bisogna PROVARE che il beneficiario esista veramente, che abbia fornito un servizio oppure merce, e solo allora quel trasferimento di denaro sarà perfettamente logico e corretto.
Ad esempio, per noi che operiamo nel mondo del trasporto, se paghiamo un NOLO marittimo alla M.S.C. (la più grossa Compagnia di Navigazione al mondo) dobbiamo dimostrare che la M.S.C. esiste veramente, che ha davvero gestito il trasporto per il quale stiamo pagando il nolo, e che il prezzo pagato è “equo”.
Questo perché la M.S.C. ha sede in Svizzera e la Svizzera è uno dei 73 Paesi elencati nella BLACK LIST.
Ma altrettanto dobbiamo fare se affidiamo un trasporto alla Evergreen (compagnia di navigazione di Taiwan: anche Taiwan rientra nella lista!) oppure alla Yang Ming (idem …!).
Se spediamo merce per “via aerea” dobbiamo accertare l’esistenza della EMIRATES (Dubai è nella “Black List”), della SINGAPORE AIRLINES (Singapore è nella “Black list”), della CATHAY PACIFIC (Hong Kong è nella “Black List”), e via di questo passo.
La questione sembra di poco conto, ma l’AGENZIA DELLE ENTRATE, durante alcune ispezioni fatte recentemente in aziende che intrattengono rapporti d’affari con qualcuno dei 73 Paesi della lista, ha dato una sua interpretazione della regola che prevede l’ESISTENZA “reale” della controparte.
Non basta intrattenere rapporti magari continuativi, non basta dimostrare che quella particolare società è iscritta alla locale Camera di Commercio, non bastano scambi di corrispondenza che comprovano la realtà del rapporto … è necessario anche produrre copia del BILANCIO aziendale della società estera debitamente certificato.
Ora, immaginiamo una piccola società di spedizioni di Singapore che decide di affidarci la gestione “locale” (in Italia) del trasporto di una decina di containers per i quali noi dobbiamo anche incassare il nolo-mare dal ricevitore e trasferirlo a quel corrispondente di Singapore: se NON abbiamo la copia del BILANCIO certificato di quella piccola azienda, la somma che gli abbiamo trasferito NON possiamo inserirla tra i COSTI di produzione.
Quindi avendo incassato 10.000 dal cliente italiano e trasferito 9.000 al corrispondente di Singapore, anziché un UTILE di 1.000 … per l’AGENZIA DELLE ENTRATE abbiamo un UTILE di 10.000 (l’intero incasso, senza che venga tenuto conto del pagamento fatto).
Certo, ci viene data la possibilità di DIMOSTRARE la correttezza di quel pagamento di 9.000 a Singapore (chidendo, come detto, una copia del BILANCIO certificato della nostra controparte di Singapore), ma intanto l’AGENZIA DELLE ENTRATE fa intervenire EQUITALIA e noi dobbiamo pagare “immediatamente” le tasse su 10.000 (anziché su 1.000) gravate, tra l’altro, dalle sanzioni previste dalla legge.
Aumentate queste cifre in maniera esponenziale ed ecco che non vi resta che portare i libri in Tribunale e dichiarare fallimento.
Come al solito, le aziende sono lasciate da sole ad affrontare la burocrazia e le diverse interpretazioni personalistiche delle leggi.
Il pensiero che mi passa per la testa è molto semplice: per combattare una piaga reale (l’evasione fiscale e l’esportazione illegale di valuta) si penalizzano le aziende “serie”, costringendole a fare i salti mortali per recuperare improbabili documentazioni a sostegno della loro attività.
Non sarebbe più logico che fosse l’AGENZIA DELLE ENTRATE a fare i controlli sulle aziende estere, per accertarne la reale attività?
Anche perché una cosa è se un “bilancio” lo chiede un’autorità statale, un’altra è se vado a chiederlo io! Giustamente l’azienda estera potrebbe rispondermi che, non essendo tenuta – nel suo Paese – alla pubblicazione del bilancio, non ci pensa proprio a fornirmelo.
O, altrimenti, potrebbe chiedermi di pagarla anche per quel “lavoro” in più, non previsto da nessuna norma internazionale.
Ricapitolando, il primo problema è che la Black list Italiana non è allineata con quella dell OCSE. Ad esempio Hong Kong ha firmato accordi con tutti i Paesi Europei eccetto Italia e Grecia e quindi è entrato nella white list dell’OCSE. Mentre permane nella black list italiana.
Il secondo problema è che solo l’Agenzia delle Entrate ITALIANA richiede quel particolare tipo di documentazione a comprova della correttezza dell’operazione.

Continuiamo a farci del male: quando tutte le aziende sane e serie avranno chiuso, allora sì che ci renderemo conto dell’assurdità di questa legge.
Ma allora sarà troppo tardi.
Paolo Federici

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1 Commento

Archiviato in denuncia, giornalismo, Politica, riflessioni, Trasporti

Una risposta a “BLACK LIST

  1. PaoloFederici

    BLACK LIST

    nei giorni scorsi ho spiegato il problema.

    Adesso vorrei proporre la soluzione.

    Ricapitolando: se lavoriamo con aziende che risiedono nei Paesi elencati nella Black List, dobbiamo produrre tutta una serie di documentazione per provare la reale esistenza della società con la quale intratteniamo i rapporti.

    Potrebbe, allora, essere sufficiente operare come ci richiedono di fare i brasiliani.

    Se vogliamo intrattenere rapporti d'affari con un corrispondente brasiliano, ci viene richiesto un contratto che deve essere vidimato dal Consolato Brasiliano.

    Senza questo documento, NON possiamo essere pagati.

    Ovviamente tutti coloro che hanno rapporti con il Brasile, corrono al consolato a farsi vidimare il contratto.

    Il contratto, così registrato, diventa un documento ufficiale per le autorità brasiliane ed i trasferimenti di denaro sono semplificati.

    E allora ecco la domanda: non potremmo anche noi RICHIEDERE ai nostri corrispondenti esteri che risiedono nei Paesi "Black Listed" un contratto vidimato dal Consolato Italiano?

    Naturalmente a condizione che tale contratto sia ritenuto valido a tutti gli effetti per giustificare i trasferimenti di denaro, evitando così incomprensioni, ritardi, polemiche, discussioni.

    Insomma, anziché richiedere certificati di iscrizione alla Camera di Commercio locale, copie dei bilanci, attestazioni sull'esistenza della società, basterà una dichiarazione del Consolato Italiano.

    Elementare, Watson! 

    Che ne dite?

    Paolo Federici

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