oggi sull’AVVISATORE MARITTIMO

IL CASO
CONTROLLI SANITARI, L’EUROPA È DIVISA

Genova – “Se a Rotterdam (porto di entrata) il controllo non lo fanno (perché la legge Europea non lo prevede) ed a Milano lo pretendono, cosa si può fare? Portare la merce a Genova e fare finta che sia sbarcata là”, scrive sul proprio blog Paolo Federici, operatore Nvocc e vicepresidente di Spedapi. Il riferimento è a una vicenda al limite del surreale, che secondo Federici è emblematica di come la burocrazia metta i bastoni fra le ruote alla logistica in maniera insensata.

Questi i fatti: nel 2010 Federici importa una partita di merce attraverso il porto di Rotterdam. E’ merce in transito, quindi accompagnata dal documento detto T1 che viene emesso per questo tipo di merce. Deve essere sdoganata a Milano, punto di destinazione, dove opera l’azienda di Federici. Si verifica però un intoppo imprevisto: “Sì, perché – scrive ancora Federici -la dogana italiana “interpreta” le leggi europee in maniera diversa dagli altri stati europei (ovviamente in maniera ben più vessatoria!). Come faccio a spiegarlo ad un giapponese? Per loro la legge europea è una legge uguale in tutta Europa! E invece no. I controlli sanitari in Italia sono “diversi” rispetto agli stessi controlli sanitari negli altri stati europei. Addirittura cambiano da città a città (in Italia). Andiamolo a spiegare ad un americano! Mi sono trovato con merce arrivata via Rotterdam per la quale secondo l’Olanda non era necessaria l’ispezione sanitaria, invece secondo l’Italia … sì! Solo che il controllo non poteva essere fatto a Milano, in quanto va fatto nel porto di entrata”. E così si arriva a pensare di chiedere il certificato nel porto di Genova, come se la merce fosse sbarcata sotto la Lanterna invece che a Rotterdam. Tutto comunque inutile: “Alla fine non sono riuscito a importarla, ho dovuto distruggerla”.

Una conclusione paradossale a una vicenda che, se fosse la norma, darebbe filo da torcere a chi si occupa di statistiche portuali. Cosa succederebbe se la merce conteggiata come sdoganata a Genova in realtà provenisse da Rotterdam? Naturalmente si tratta di un caso estremo, che anzi suscita perplessità presso l’Ufficio della sanità marittima di Genova, secondo cui non una procedura del genere non sfuggirebbe ai controlli. Nel frattempo, come riconosce lo stesso Federici, le cose sono migliorate. “Le cose sono cambiate con la direttiva europea 212 del 2010, per quanto riguarda gli alimenti, ma il caso potrebbe ripresentarsi per i pellami”. Si è però dovuto aspettare l’intervento dell’Europa, come avviene spesso in casi di mala burocrazia italiana. Un altro cambiamento è dovuto al fatto che fino a poco tempo fa la dogana di Milano non era riconosciuta come punto d’ingresso per la merce, mentre oggi non è più così. Sul piatto restano però ancora molti problemi per chi importa merce in Italia. Il più recente è il cambiamento del regime di deposito Iva. Ne ha parlato per primo sul Secolo Xix il presidente di Fedespedi, Piero Lazzeri, avvertendo del rischio che la merce abbandonasse i porti italiani. “Ci sono navi – conferma Federici – che hanno deciso per questo motivo di scegliere porti francesi”. Difficile quantificare il danno, se si tratta di casi isolati o di un fenomeno diffuso. Ma le rimostranze degli operatori non si fermano qui. Altro tema caldo è quello dei controlli radiometrici. “A Rotterdam i controlli li fanno, a costo zero per l’importatore, che paga solamente se si accerta un’anomalia, Allora il controllo diventa più approfondito, con una spesa che non supera i 300 euro. In Italia invece si controlla tutta la merce di un certo tipo, ad esempio certi metalli come il titanio, e riguarda tutti i container con quella merce, a costi che vanno da 300 a 1.000 euro”.

Alberto Ghiara

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3 commenti

Archiviato in dogana, Trasporti

3 risposte a “oggi sull’AVVISATORE MARITTIMO

  1. PaoloFederici

    in aggiunta posso dire che OGGI (e dico OGGI) ho merce arrivata dal Peru' (SEMENTI DI PEPE) per la quale è necessario fare il FITOSANITARIO al PORTO DI ENTRATA

     

    La merce arriva a ROTTERDAM ed a ROTTERDAM fanno il controllo e fanno il CERTIFICATO SANITARIO EUROPEO … ma all'arrivo a MILANO, la dogana NON accetta di sdoganare in quanto VUOLE UN SECONDO CERTIFICATO SANITARIO EMESSO IN ITALIA

     

    Siccome il container arriva al mio magazzino di MILANO (a CONCOREZZO, in un magazzino DOGANALE) dove NON c'è il "FITOSANITARISTA" … mi impongono di TRASFERIRE la merce a MALPENSA per fare il SECONDO certificato FITOSANITARIO a MALPENSA

     

    Dunque

    – la merce è partita con un certificato FITOSANITARIO emesso in PERU'

    – la legge EUROPEA prevede che un secondo certificato FITOSANITARIO debba essere emesse al porto di ingresso in EUROPA (ed a ROTTERDAM … lo fanno!)

    – ma la legge ITALIANA (sic!) pare che preveda che un TERZO certificato FITOSANITARIO debba essere emesso in Italia,. solo che a MILANO … il FITOSANITARISTA è a Malpensa quindi bisogna portare la merce (arrivata per via MARE) in AEROPORTO

     

    se non è assurdo questo

     

    Paolo Federici

  2. anonimo

    Buongiorno Paolo
     
    Ho letto il Tuo intervento nell’articolo apparso sull’ “Avvisatore Marittimo” a firma di Alberto Ghaira e sono veramente felice che qualcuno finalmente ponga questo problema a livello nazionale.
     
    Noi siamo sempre stati in trincea su questo argomento, in quanto le differenze di applicazione della normativa europea in materia di controlli sanitari sono macroscopiche fra Trieste ed il vicino porto sloveno di Capodistria.
     
    Questo nonostante che da alcuni anni il servizio offerto dall’USMAF di Trieste e Venezia sia altamente professionale e rapido, nei limiti del possibile.
     
    Ad ulteriore nocumento è sopravvenuta la direttiva ministeriale per cui le eventuali analisi richieste dalle USMAF debbano essere eseguite solamente in laboratori certificati da ACCREDITA; questo significa per la nostra USMAF far inviare i campioni perlomeno a Verona, se non più lontano.
     
    Siamo tanto abili nel crearci degli ostacoli insormontabili, quanto incapaci a crearne agli altri.
     
    Tutte le volte che siamo riusciti a portare il problema a livello comunitario, guarda caso le “carte” degli sloveni erano sempre in ordine.
     
    Eppure io non mi sento tranquillo quando vedo i camion frigo sloveni che passano il confine virtuale per portare in Italia le merci sdoganate a Capodistria.
     
    Forza Paolo ! Almeno Tu sei riuscito a portare il problema su un giornale nazionale.
     
    Grazie e buona giornata
     
    Stefano Visintin
    RO.RO.Tranship s.r.l.
    Trieste

  3. anonimo

    Penso che si debba e si possa ragionare sull'efficienza della componente pubblica dei servizi portuali, in questo caso degli USMAF (Uffici di sanità marittima e aerea di frontiera), senza dimenticare che il 50 % delle allerte comunitarie proviene dall'Italia, grazie ai controlli che altri paesi hanno deciso di abbandonare per privilegiare quelli sul territorio, a campione, quando la merce è già stata distribuita ovunque.
    In questo discorso che interessa spedizionieri e altri attori, mossi giustamente dal profitto, non ci si dimentichi di coinvolgere i consumatori.
    Se una partita, a titolo esemplificativo, di padelle provenienti dalla Cina per le quali l'USMAF accerta migrazione di sostanze nocive negli alimenti, o di vegetali che superino i limiti di aflatossine viene respinta, dobbiamo riconoscere che forse il transito delle merci, qualche volta, va rallentato.
    Cerchiamo il giusto equilibrio tra profitto e tutela della salute, in sintesi.

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