la rivoluzione parte sempre dal basso.

quest’anno, a dar retta agli oroscopi, sarà un anno di grandi cambiamenti.
Naturalmente io non credo agli oroscopi, ma i cambiamenti li noto, eccome: parliamo di mutazioni climatiche a livello globale, di pesci tropicali pescati nella baia di Salerno, di rivolte contro le dittature nel Nord Africa, di manifestazioni di massa in Paesi come l’Iran o l’Italia (eh sì, qualcosa succede anche da noi!) ed anche di nuove relazioni tra sindacati e grandi aziende (abbiamo tutti presenti le mutazioni avvenute nei rapporti tra la Fiat ed i suoi lavoratori).
Per un ottimista (inguaribile) come me la situazione può presentare dei lati anche positivi.
E, per spiegarmi, mi riallaccio alle dichiarazioni di Paolo Galassi, presidente di Confapi (associazione che raggruppa 120.000 piccole e medie imprese italiane, con circa 2,3 milioni di lavoratori): “Quello della rappresentanza é un tema prioritario per la tutela delle imprese e dei lavoratori. Non è pensabile – dice Galassi – che le PMI siano lasciate sole nel confronto sindacale. Così come non é pensabile che la capacità di risposta ai problemi del costo del lavoro e della produttività possa essere relegata alla contrattazione aziendale”.
Un cambio epocale. Se c’è da rimboccarsi le maniche dobbiamo farlo tutti insieme: “La produttività é un tema fondamentale per mantenere gli spazi di mercato – continua Galassi – e le PMI non hanno singolarmente la forza per garantire gli investimenti che le grandi aziende mettono in campo. Per questo bisogna guardare in faccia la realtà e trovare nel sindacato un alleato e non un nemico dell’impresa”
Nella situazione di crisi che ci attanaglia, la soluzione non è nella lotta tra poveri (tra il piccolo imprenditore ed il lavoratore/dipendente della PMI), ma nella capacità di creare un’alleanza strategica dove il costo del lavoro venga RIDOTTO (per l’imprenditore) e contestualmente AUMENTATO (per quanto concerne le tasche del dipendente).
Se oggi un’azienda paga mensilmente 3.000 euro per un dipendente … e poi a quest’ultimo arrivano solo 1.000 euro (la differenza “sparendo” nei meandri delle tasse, balzelli, prelievi e quant’altro), forse bisognerebbe riequilibrare la situazione: riducendo le tasse sarebbe ipotizzabile un nuovo mondo dove l’azienda paga meno (magari 2.500 anziché 3.000) ed il dipendente incassa di più (ricevendo 1.500 anziché 1.000).
Utopia?
No, è proprio questa la grande differenza tra la nostra economia e quella di altri Paesi meglio gestiti finanziariamente.
E Galassi lo dice chiaramente: “Gli investimenti a cui guardiamo riguardano le risorse umane oltre che strumentali. Il cambiamento e l’innovazione si fanno non solo con investimenti economici, che pure sono necessari, ma anche con strategie di contenimento del costo del lavoro, a cui può concorrere significativamente lo Stato con la detassazione e la decontribuzione dei salari di produttività.”
So già che in molti storceranno gli occhi: ridurre le tasse, in Italia, non è possibile!
Non è possibile finché a pagarle sono sempre i soliti (pochi) noti.
Altrimenti non si spiegherebbe come faccia l’economia della Germania (ad esempio) ad essere più florida della nostra pur avendo lavoratori che INCASSANO (al netto) somme più alte che non i loro parigrado italiani e contestualmente ad avere costi del lavoro più bassi per quanto riguarda i bilanci aziendali.
Eppure la matematica è la stessa, sia in Italia che in Germania!
O no?
Per finire lasciatemi fare un commento polemico: Spedapi (che è l’associazione di categoria interna a Confapi, e che è presente, nel suo piccolo, in Lombardia) per voce del suo Presidente, Luca Castigliego, nelle varie sedi sindacali ha sempre sostenuta questa necessità … ma forse per il sindacato è più facile farsi dare soldi dalle ditte che non dallo Stato?!
Paolo Federici

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