Non resta che far torto o patirlo

Il partido dei padroni“non resta che far torto o partirlo” recita così, vittima di un attacco di fatalismo, Adelchi, protagonista della omonima tragedia manzoniana.
Un pensiero certamente pessimista che “cozza” contro l’ottimismo messo in campo, dallo stesso Manzoni, con i Promessi Sposi e la divina provvidenza.
Ho appena letto il nuovo libro di Filippo Astone (IL PARTITO DEI PADRONI) e la prima sensazione è, come per Adelchi, di soggiacimento (ammesso che esista una tale parola!):
siamo sottomessi alla CASTA che ci governa tramite la politica ma siamo sottomessi (ahimé) anche al potere ECONOMICO espresso da CONFINDUSTRIA (ed anche all’altro potere “occulto”, quello della Chiesa).
Insomma sembra proprio che, comunque ci si giri, a noi non resti che “patire”.
Poi però qualche spiraglio traspare anche nel vortice pessimista dei fatti raccontati: le piccole e medie imprese (ormai universalmente riconosciute come il vero motore economico dell’Italia) sono la speranza, la vera “divina provvidenza” che, unica, può ancora salvare la nostra povera Italia.
“Proiettata verso il cambiamento – dice Astoni – è una parte importante della media impresa, che compete senza rete a livello internazionale, è costretta ad innovare per sopravvivere, non gode di aiuti dello Stato né di scatole cinesi e altri accrocchi, e rischia il tutto per tutto ogni giorno. Quel mondo, come ha dimostrato l’ufficio studi di Mediobanca con le sue ricerche sul Quarto Capitalismo, è quello che sostiene, di fatto, l’economia italiana”
E allora vale la pena leggere attentamente il decimo capitolo, intitolato: “Piccole imprese che cercano di sopravvivere”.
Il pensiero espresso dal presidente di Confapi (Paolo Galassi) si può riassumere in queste poche righe: “lo sviluppo italiano degli anni recenti deve molto a un tipo particolare di media industria, che non ha rendite di posizione, rischia, va all’estero, innova, fa poca finanza, non gode di protezioni statali né di strumenti come i patti di sindacato e le scatole cinesi. Un approccio che mi piace chiamare capitalismo popolare e che vedo come alternativo al capitalismo feudale perseguito da tante grandi imprese italiane, che hanno rischiato poco, hanno fatto troppa finanza, appoggiandosi più alle loro rendite di posizione che non alla capacità di essere competitive. Ecco, noi vogliamo farci alfieri di questo capitalismo popolare, e lasciare ad altre associazioni la rappresentanza di quello feudale”.
Gli “altri”, ovviamente, sono quelli di Confindustria!
Quelli che, riprendendo quanto scriveva Enrico Rossi sul Mondo più di cinquanta anni fa: “privatizzano i profitti e nazionalizzano le perdite”.
L’accusa di Astoni, insomma, è pesante: Confindustria contribuisce sempre più, in accordo con le forze politiche, ad affossare l’Italia.
Con un chiaro progetto di arrivare al potere anche politico sostituendo, nel prossimo futuro, l’ormai decotto Silvio Berlusconi con il nuovo che avanza (sic!): Luca Cordero di Montezemolo!
Ai posteri, dunque, l’ardua sentenza.
Per venire poi al “mio” mondo di appartenenza (quello dei trasporti) che oggi vive un momento di alta tensione vista la richiesta degli autotrasportatori e del loro presidente (Paolo Uggè) di ottenere tariffe governative (ne ho parlato a lungo in molti dei miei articoli precedenti), nel libro di Astoni trovo una chiccha che, chissà come, mi era sfuggita. Sapete chi, nel 2005, in veste di deputato di Forza Italia e sottosegretario ai Trasporti nel secondo e terzo esecutivo Berlusconi promosse la legge 32 del 2005, appunto, per liberalizzare il settore dell’autotrasporto abolendo proprio le tariffe obbligatorie (quelle che ora Uggè vorrebbe reintrodurre!)?
Beh, non ve lo dico: e se non lo avete ancora capito, andate a vedere a pagina 90 del libro di Astone.
Buon divertimento
Paolo Federici

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