Piccole aziende? Mettetevi assieme!

Ecco il nuovo ritornello all’ordine del giorno.
Per superare la crisi le piccole aziende devono riunirsi … creando nuove realtà aziendali di maggior peso.
Facciamo un passo indietro: una volta la concorrenza la si vinceva offrendo i prodotti migliori.
Poi c’è stata l’inversione di tendenza: anziché guardare al prodotto migliore si è cominciato a guardare al miglior prezzo.
Quindi la corsa "aziendale" è stata indirizzata alla ricerca di come fare per proporre prezzi migliori.
Prima riducendo i margini di guadagno, poi, una volta arrivati al margine pari a zero, ci si è dovuti rivolgere all’altra componente del prezzo: il costo!
E come si tagliano i costi?
Riducendo il personale!
Ed ecco la "grande" idea: le fusioni aziendali.
Così anziché avere due contabilità ne basta una, anziché avere due settori commerciali ne basta uno, anziché avere due uffici ne basta uno, anziché avere due magazzini ne basta uno … ed anziché avere 100 dipendenti a testa, ne bastano 120/130 in due.
Elementare, vero?
Alla fine chi ci rimette sono "solo" i lavoratori che si trovano, da un giorno all’altro, senza lavoro e senza stipendio.
Le prime a capire che questa era la soluzione sono state le grandi aziende. Nel mio particolare settore (mi occupo di trasporti internazionali) abbiamo assistito a mega-fusioni tra le più grandi Compagnie Marittime del mondo (da P&O che si è fusa con NEDLLOYD a MAERSK che si è fusa con SEALAND … per poi vedere che la nuova P&O-NEDLLOYD si è fusa con la nuova MAERSK-SEALAND).
Qualcuno si è mai preso la briga di calcolare quante persone siano rimaste senza lavoro grazie a questa "furbissima" strategia aziendale?
E tutto questo perché?
Perché nella folle corsa alla concorrenza spietata, ognuno cerca di acquisire fette di mercato utilizzando solo uno strumento: il prezzo! 
Offrire il prezzo più basso è l’UNICA soluzione che le grandi aziende sanno mettere in campo.
Altre soluzioni?
Trasferire la produzione in qualche paese emergente (come la Cina o la Romania) oppure trasferire la sede legale in qualche paradiso fiscale, così da NON pagare tasse in Italia.
Stranamente tutte le multinazionali del trasporto che operano "anche" in Italia, hanno sempre i bilanci in perdita … e quindi riescono ad offrire prezzi più bassi anche perché non pagano le tasse!
Insomma, da una parte si inventano le fusioni o il trasferimento della produzione all’estero (che vuol dire LICENZIAMENTO per molti dipendenti, se non per tutti!) dall’altra si studiano le delocalizzazioni fiscali il cui scopo nascosto è quello di autoridursi il gravame delle tasse.
E adesso?
Invece che combattere queste operazioni ai margini della legalità che, comunque la si veda, creano solo disoccupazione … ci sono fior fior di cervelloni che suggeriscono anche alle piccole e medie imprese (rimaste le sole a mandare avanti la baracca Italia senza delocalizzare e senza tentare evasioni fiscali nascoste nella pratica dell’offshore) di adeguarsi all’andazzo generale.
E pensare che la soluzione sarebbe così semplice (eh sì, non ci crederete ma la soluzione c’è, eccome!): visto che il 99 per cento delle aziende italiane sono quelle piccole e medie, se TUTTI smettessero di comprare i prodotti delle multinazionali ma si rivolgessero SOLO ad aziende italiane … prenderemmo i classici due piccioni (anzi tre!) con una fava. Avremmo risolto il problema del MADE IN ITALY, vedremo incrementare il gettito fiscale (visto che le piccole e medie imprese non hanno le sedi alle Cayman, come invece succede con molte multinazionali!) ed eviteremmo la chiusura di quel milione di aziende che, oggi come oggi, sono considerate a rischio.

Ai posteri l’ardua sentenza 
Paolo Federici

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