La fine del capitalismo

c’era una volta la categoria degli imprenditori: coloro che impiegavano i propri averi per costituire delle aziende, produrre nuovi articoli utili per la comunità, creare posti di lavoro per distribuire ricchezza.
L’esempio eclatante è quello di Henry Ford, il fondatore della omonima casa automobilistica.
I suoi operai erano i meglio pagati, in questo modo Ford otteneva due benefici: tutti volevavo andare a lavorare nella sua fabbrica (e quindi lui poteva scegliere “i migliori”) ed i suoi operai guadagnavano tanto da potersi permettere di acquistare le auto prodotte (e quindi lui aveva un “mercato” più ampio per le vendite!).
La forza economica e la forza delle idee si bilanciavano: chi aveva IDEE ma non disponeva di ricchezze proprie, poteva comunque contare sui CAPITALI di altri (gli “azionisti”).
Il concetto lo espresse molto bene Luigi Einaudi: “Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie ed investono tutti i loro capitali per ritirare spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con altri impieghi.”
Poi cosa è successo?
All’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare … si è sostituito il desiderio di monetizzare ogni cosa.
Al capitalista non importava più delle idee imprenditoriali, ma solo del GUADAGNO: della quantità di denaro che, nel più breve tempo possibile, poteva mettersi in tasca!
Oggi nella via che porta a casa mia (via Rubattino, più che una via un viale alla periferia di Milano) si sta consumando l’epilogo di una tragedia annunciata. Il passaggio dall’era dell’IMPRENDITORIA all’epoca del CAPITALISMO.
Il “nuovo” padrone della INNSE ha rilevato un’azienda leader nel suo settore ma NON per vederla prosperare, NON per acquistare credito, NON per ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, NON per ampliare gli impianti … ma solo per GUADAGNARE speculando tra il prezzo di acquisto (dei macchinari intatti) ed il prezzo di vendita (dei macchinari smantellati).
E’ lui il vero capitalista che dimostra nei fatti, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’era dell’imprenditoria italiana è finita.
E se qualche decina di persone sarà costretta a cercarsi un nuovo lavoro, chissenefrega!
D’altronde quando l’unica “molla” dell’animo umano è la voglia di guadagno, questi sono i risultati.
Paolo

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1 Commento

Archiviato in economia, giornalismo, Idee, riflessioni

Una risposta a “La fine del capitalismo

  1. anonimo

    E se i macchinari smantellati fossero stati tanto superati da risultare improduttivi (di guadagno)? E se il denaro ricavato dalla vendita di, supponiamo due, macchinari usati e improduttivi servisse ad acquistarne uno più attuale, moderno e produttivo (di guadagno)? La migliore produttività (di guadagno) non potrebbe incrementare la crescita di aziende moderne e competitive sul mercato creando allo stesso tempo lavoro? Dipende dal punto di vista Watson!
    Gaia (che ancora ci crede nel capitalismo)

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