Prevenire è meglio che curare!

questo è uno slogan che conosciamo tutti. Però sono sempre meno quelli che ne fanno tesoro.
Una intera pagina (11) del “Corriere” di oggi (11 giugno 2009) esamina la questione TFR e PREVIDENZA INTEGRATIVA.
Sull’argomento avevo scritto, guardacaso, a giugno 2007 e poi a giugno 2008!
Dunque, siamo a giugno (2009) e rieccomi a discuterne.
Fior di esperti e luminari ci avevano illustrato gli enormi benefici del passaggio alla gestione privata, mentre nel mio piccolo scrivevo:

(giugno 2007)
se un dipendente può, giustamente, scegliere cosa fare dei suoi soldi (il TFR, appunto) quali situazioni può trovarsi a vivere?
L’azienda per la quale lavora lo soddisfa, lui crede in quello che fa, gli piace il ruolo che ricopre.
Ne conosce, dall’interno, pregi e difetti.
Sa che è un’azienda sana, in regola con i pagamenti, rispettosa dei fornitori e disponibile con i clienti.
Magari è stato assunto da diversi anni ed ha sempre ricevuto il suo stipendio alla scadenza del mese.
Se ha dovuto fare dello straordinario, gli è stato regolarmente pagato.
Ha avuto inaspettati premi di produzione, almeno negli anni nei quali la situazione economica aziendale lo ha permesso.
Insomma, la qualità della vita all’interno dell’azienda è certamente buona.
Ecco dunque la domanda: per quale motivo dovrebbe scegliere di affidare il suo TFR ad una sconosciuta multinazionale assicurativa, della quale conosce solo ciò che racconta la pubblicità, oppure ad un caotico INPS?
Mi vengono in mente solo risposte “negative”: l’azienda per la quale lavora NON lo soddisfa, lui NON crede in quello che fa, NON gli piace il ruolo che ricopre.
Ne conosce, dall’interno, pregi e difetti e sa che i difetti sono tanti.
Sa che NON è un’azienda sana, NON è in regola con i pagamenti, NON è rispettosa dei fornitori e NON è disponibile con i clienti.
Magari è stato assunto da diversi anni e NON ha sempre ricevuto il suo stipendio alla scadenza del mese.
Se ha dovuto fare dello straordinario, NON gli è stato regolarmente pagato.
NON ha mai avuto premi di produzione, nemmeno negli anni nei quali la situazione economica aziendale lo ha permesso.
Insomma, la qualità della vita all’interno dell’azienda è certamente grama.
Allora sì che viene voglia di affidarsi a qualcun altro che, per quanto sconosciuto o caotico, sarà preferibile alla situazione di scontento che viene vissuta in azienda.
Per concludere: per sapere se un’azienda è sana, adesso c’è un metro di misura in più.
Anzichè balaccarvi con bilanci e situazioni bancarie, andate a guardare dove è finito il TFR dei dipendenti.

(giugno 2008)
avevo scritto, sull’argomento, giusto un anno fa.
Adesso è il caso di tornare in argomento per una questione che intendo portare alla vostra attenzione.
E’ chiaro che una piccola azienda (come la mia!) ha tutto l’interesse a trattenere “internamente” le somme destinate al TFR: sono comunque “soldi” che contribuiscono a far girare l’economia aziendale senza che questa debba rivolgersi al mercato esterno (bancario e/o finanziario).
Insomma, se il dipendente lascia il TFR in azienda, questo è anche un aiuto per l’azienda (che, comunque, al dipendente non costa niente!).
La multinazionale assicurativa oppure lo stesso INPS possono essere vissuti (dall’azienda!) come concorrenti che tentano di accaparrarsi quelle somme (ufficialmente lo fanno nell’interesse dei dipendenti; ma detto “papale papale” il vero interesse è solo il loro!).
Diciamolo fuori dai denti: il TFR fa gola alle multinazionali assicurative, come fa gola all’INPS, come fa gola all’azienda.
Il “dipendente” potendo scegliere tra due “sconosciuti” (la multinazionale e l’INPS) e chi gli paga lo stipendio tutti i mesi dovrebbe, a mio parere, avere un occhio di riguardo per quest’ultimo, o no?
Ma questo lo avevo già spiegato un anno fa.
Siamo in un libero mercato (che significa libera concorrenza) e qui siamo d’accordo, ma se la “concorrenza” me la trovo in casa, è chiaro che allora non ci sto!
Se io “mantengo” una struttura associativa (ed un fondo denominato FASC) perché tuteli anche i miei interessi aziendali (pagando!) e quella stessa associazione, con i miei soldi, mette in piedi una struttura alternativa alle multinazionali assicurative ed all’INPS (PREVILOG), per offrire ai miei dipendenti un “fondo” alternativo, mi trovo ad aver finanziato chi mi fa concorrenza dall’interno!
Se poi il FASC addirittura usa i miei soldi per fare la pubblicità a PREVILOG siamo al conflitto di interessi rovesciato: l’associazione pagata con i miei soldi … invece che prodigarsi per farmi avere dei benefici, si attiva per danneggiarmi!
Se infine andiamo a sfrugugliare sui numeri e scopriamo che:
– le aziende riconoscono (per legge!) un interesse pari al 75 pct dell’Istat maggiorato di 1,5 punti (che significa, per il 2007, il 3,48 per cento)
– PREVILOG (che è il fondo costituito dal FASC, quindi si riallaccia al conflitto di interessi spiegato sopra) paga, per il 2007, il 2,9 per cento
allora la domanda è d’obbligo: cui prodest?
NON all’azienda, che si vede sfilare dalle proprie casse le somme del TFR trasferite altrove.
NON al dipendente, che anzichè avere il 3,48 pct … ottiene (grazie al buon risultato di un anno positivo … come ci raccontano i signori di PREVILOG nella FASCNEWS) solo il 2,9 pct.
NON allo Stato che su un risultato inferiore … incassa meno tasse.
Dunque? Quale è la soluzione? Chiudiamo sia FASC che PREVILOG così prendiamo due piccioni con una fava: risparmiamo fior di quattrini (che, oggi come oggi, paghiamo quali quote associative per mantenere una struttura elefantiaca ma inutile) e ci liberiamo di un concorrente quanto alla gestione del TFR!
Altrimenti, lasciando le cose come stanno, continueremo ad essere “cornuti” e “mazziati” (e non solo noi “aziende”, ma anche i nostri dipendenti!)

(giugno 2009)
un altro anno è passato ed ecco la paginona del Corriere:
l’anno nero dei fondi pensione – gli azionari perdono quasi il 25 per cento del rendimento e la vecchia liquidazione si prende la rivincita!
Che dire? Una magra soddisfazione, è vero, ma poter dire “ve l’avevo detto io” è qualcosa che non ha prezzo, per tutto il resto continuate a fidarvi degli esperti.
E pensare che basterebbe usare quello strumento che tutti abbiamo e che si chiama “cervello”.

Paolo

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2 commenti

Archiviato in economia, Idee, Politica, riflessioni, Trasporti

2 risposte a “Prevenire è meglio che curare!

  1. anonimo

    PAOLO, NON POSSO FARE ALTRO CHE DARTI RAGIONE, PERCHE’ CE L’HAI PER DAVVERO.

    L’AVERE INVENTATO I FONDI PENSIONE E’ STATA UN’ALTRA DI QUELLE ROBE CHE, SEMBREREBBE RISULTARE ADESSO , FARA’ PERDERE SOLDI AI
    LAVORATORI. FORSE LASCIARE LE COSE COME PRIMA NON ANDAVA BENE, MA IO NON NE SONO MICA CONVINTO PER NIENTE, ED ALLORA, SE PROPRIO SI DOVEVA CAMBIARE, BISOGNAVA SENTIRE FINO IN FONDO ANCHE IL PARERE DI TUTTE, DICO TUTTE, LE PICCOLE AZIENDE …. PRIMA DI DECIDERE.

    LA MIA AZIENDA NON E’ STATA INTERPELLATA E LA TUA?

    MICA CHE SI ACCORGANO, TUTTI, PARTITI POLITICI, SINDACATI, CONFINDUSTRIA, CHE LE PMI ESISTONO QUANDO INIZIA UNA CAMPAGNA ELETTORALE, COME QUELLA CHE E’ ANCORA IN CORSO.

    UN ABBRACCIO DAL BUCC DELLA BIZETA SPEDIZIONI.

  2. PaoloFederici

    dal blog di Beppe Grillo:
    “Caro Beppe,
    prima o poi i nodi vengono al pettine. Infatti è ormai ufficiale che nel 2008 i fondi pensione azionari hanno bruciato il 24,5% dei soldi affidatigli, una perdita che si cumula a quelle del 2007. Ma anche in generale la previdenza integrativa ha fatto peggio del Trattamento di Fine Rapporto (TFR).
    Tu puoi quindi vantarti di avere consigliato bene gli italiani al momento della scelta cruciale. Infatti giusto due anni fa, presentando il mio libro “La pensione tradita”, gli dicesti chiaro e tondo che era meglio tenere il TFR in azienda.
    Chi ha fatto così, è felice come un papa. Non ha perso neppure un euro e la sua liquidazione aumenta di giorno in giorno. Il TFR è infatti un capolavoro di sicurezza.
    Contro di esso muoveva una alleanza incestuosa: politici di governo e di opposizione, sindacati e confindustriali, alleati a banchieri, assicuratori e gestori. Gli davano man forte economisti tutti più o meno con conflitti d’interesse: Marcello Messori, Riccardo Cesari, Elsa Fornero ecc.
    I giornalisti economici obbedivano premurosi agli ordini ricevuti, ripetendo come pappagalli che bisognava aderire in fretta alla previdenza integrativa. Ricordo due soli che onestamente difesero il TFR e quindi i lavoratori: Giuseppe Altamore su Famiglia Cristiana e Oscar Giannino su Libero Mercato.
    Ma c’è di peggio: un obiettivo storico del movimento sindacale fu sempre il principio “stesso lavoro, stesso salario”. Ebbene, i sindacati confederali hanno concordato una paga inferiore per chi si tiene il TFR. Non gli fa gioco e quindi va punito, perdendo il cosiddetto contributo del datore di lavoro. Che comunque è una polpetta avvelenata.
    Ma la battaglia non è vinta, perché ci sono trappole a ogni piè sospinto. Per saperne di più c’è il mio sito al Dipartimento di Matematica dell’Università di Torino.
    Le banche, la stessa Posta e i promotori finanziari continuano a rifilare polizze vita, fondi pensione aperti e piani individuali pensionistici (pip). Tutti modi per perdere soldi, anche per chi ha salvato il TFR.
    Infatti per la sicurezza economica nella propria vecchia, la regola è semplice. Risparmiare sì, ma evitare qualunque prodotto previdenziale. E ovviamente nessun ripensamento per il TFR. Il consiglio che desti due anni fa vale adesso come allora.
    Alla prossima… e speriamola positiva” Beppe Scienza
    (però … allora non sono il solo a pensarla così, fin dall’inizio!
    Paolo)

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